Archive for the 'Divulgazione' Category

Uno Per Cento (2025)

26 dicembre 2025

Benché quest’anno abbia scritto molto poco su codesto mio blog, l’annuale appuntamento con la distribuzione dell’1% del mio fatturato annuo ai progetti open souce che ho usato per svolgere il mio lavoro non può davvero mancare.

Anche il 2025, come il 2024, non è stato particolarmente ricco: come programmatore sono quasi decente, ma come imprenditore sono davvero scarso. Eppure qualche quattrino da elargire salta sempre fuori, e l’importante è elargirlo per davvero senza farsi attanagliare dalla retorica del “Tanto il mio contributo è irrisorio, dunque non vale la pena” o, peggio ancora, del “Deve pagare BigTech!!1!11!”: ogni dollaro incide, ogni euro impatta, ed ogni contributo ha un valore.

Come già successo nel 2024, ho diviso i destinatari delle mie sudate palanche in tre macro categorie. Qui di seguito mi soffermo su quelle che, per i miei report annuali, sono menzioni inedite; tutte le altre possono essere approfondite appunto nello storico.

10 euro/dollari per le applicazioni che uso pressoché ogni giorno, o che comunque hanno un ruolo determinante nella mia quotidianità digitale:

10 euro/dollari per le applicazioni ed i componenti software che direttamente e più frequentemente adopero per implementare le soluzioni che mi vengono commissionate dai miei clienti, o che comunque mi assistono e mi aiutano per integrazioni e manutenzione:

5 euro/dollari per le dipendenze indirette, ovvero per quei componenti software su cui sono costruiti gli strumenti che uso io.

Dovendo far tornare i magri conti, in questa occasione non ho potuto usare il mio stesso dataset apt-give per spartire qualche soldo anche al software installato – più o meno direttamente – sul mio PC e sui miei server, e veicolato già pacchettizzato dalla mia distribuzione di riferimento, Debian. Ma mi rincuora constatare che il sito web dell’iniziativa riceve visite con una certa frequenza, dunque confido che altri abbiano potuto fruirne.

Un aneddoto: per le donazioni effettuate tramite GitHub ho usato, anche a questa iterazione, lo strumento che permette di accorpare più donazioni in un’unica transazione, mentre su OpenCollective ho dovuto procedere con un versamento alla volta. Col risultato di far attivare i sistemi anti-frode della mia carta di debito, che è stata bloccata e per la quale ho dovuto chiamare il servizio clienti della banca. Sarebbe molto utile una funzione di aggregazione anche lì, ma a quanto pare viene offerta solo alle aziende che si appoggiano appunto a OpenCollective (che spero siano numerose…).

Immancabilmente colgo l’occasione per sottoporre il mio invito ai colleghi developers e sistemisti – siano essi freelance, dipendenti o, meglio ancora, titolari d’impresa – ad approfittare dei tempi lenti e pigri delle festività per mettersi al computer, passare in rassegna i progetti su cui si ha avuto modo di lavorare nel corso dell’anno, individuare gli strumenti ed i componenti open source adottati di caso in caso, e ridistribuire ad essi una piccola parte dei propri profitti (idealmente l’1%, come suggerito sull’omonima pagina web di Italian Linux Society). Perché io sono avido ed ingordo, voglio continuare a non spendere quattrini in licenze d’uso per applicazioni di cui non posso neppure consultare né tantomeno modificare i sorgenti, e voglio spremere ogni bit di valore dal software liberamente accessibile online in licenza open, ma per farlo devo convincere quante più persone possibile a contribuire in misura seppur minima e a sostenere il modello di sviluppo aperto, affinché collettivamente ne siano garantiti lo sviluppo e la manutenzione nel tempo.

Sii avido ed ingordo anche tu. Caccia i soldi.

Uno Per Cento (2024)

29 dicembre 2024

Finisce l’anno, ed è ora di tirare le somme. Letteralmente, dovendo fare i conti con la classica distribuzione dell’1% del mio fatturato annuo ai progetti open source con cui, nel corso dell’anno stesso, ho lavorato (e grazie ai quali, per l’appunto, quel fatturato l’ho generato in qualità di sviluppatore software freelance).

Il 2024 non è stato particolarmente ricco, ed altrettanto poco ricchi sono stati pertanto i miei dividendi. Anche per questo motivo, pure per questa iterazione ho un poco modificato il mio personale “algoritmo” di selezione dei progetti da sostenere tagliando le quote da 25 euro – che ovviamente intaccano notevolmente il budget a disposizione, e ne limitano la portata – ed adottando un approccio più conservativo nei confronti delle dipendenze indirette. Spiace dover tagliare qualcosa, ma la disponibilità è quella che è.

10 euro/dollari li ho destinati a strumenti ed applicazioni che adopero pressoché ogni giorno, o che hanno comunque un impatto quotidiano sul mio operato:

10 euro/dollari sono stati riservati agli strumenti di sviluppo:

5 euro/dollari allocati alle dipendenze indirette (di cui qui spesso indico non il nome del progetto ma il nome dell’autore, magari coinvolto in molteplici componenti e pacchetti inclusi nella mia supply chain) estrapolate, come sempre, con i comandi “composer fund” e “npm fund“. Quest’anno, date le ristrettezze, ho dovuto escludere diverse tra le dipendenze minori che in passato sono ricadute in questa categoria.

Infine, nel 2024 ho fruito della mia stessa opera di mappatura delle donazioni per i pacchetti inclusi nei repository Debian per supportare anche il software che più o meno direttamente uso – consapevolmente o meno – sul mio PC. Contribuire a tutti sarebbe alquanto difficile, pertanto – in modo forse poco equo, ma tant’è… – ho estratto 10 progetti a caso tra quelli proposti dal comando apt-give e a ciascuno ho mandato 10 euro/dollari.

Il buon proposito per il 2025 è certamente quello di fatturare di più, al fine di avere più fondi da poter distribuire, ma anche quello di completare la suddetta mappatura delle modalità di donazione per i pacchetti Debian: ho superato la metà del totale, ma garantisco che revisionare circa 60mila pagine web alla ricerca di riferimenti e links non è affatto semplice né veloce.

Inevitabilmente invito nuovamente tutti i miei colleghi operatori del settore IT – programmatori e sistemisti, freelance e dipendenti, tecnici e capitani d’impresa – a ripartire parte dei propri profitti ai progetti open source che più o meno consapevolmente, direttamente o esplicitamente usano per i propri prodotti, i propri servizi e le proprie infrastrutture. Non per generosità o misericordia, ma per poter continuare a lavorare con essi e trarre beneficio (economico, non meno che tecnico) da essi. Tantopiù alla luce dell’imminente entrata in vigore del tanto dibattuto Cyber Resilience Act, secondo cui tra tre anni tutti saremo diretti responsabili per la sicurezza del software che produciamo e vendiamo, inclusi i componenti open source che abbiamo incluso nel nostro stack; bella o brutta che sia la norma, confido che questa iniziativa porterà ad un poco più di consapevolezza nei confronti della sostenibilità del software da cui tutti traiamo vantaggio.

Il Nome della Rosa

25 febbraio 2024

La narrazione post-opensource emersa nel recente passato ha – a suo modo – tentato di sollecitare una “evoluzione” del modello open source stesso, che (sulla carta) potesse far convivere la trasparenza del codice con una presunta garanzia di sostenibilità economica. Idea poi formalizzata in una variegata serie di licenze software di ispirazione classica (GPL in primis) ma tutte sistematicamente epurate dall’odiata Libertà 0. Per i profani: quella che permette a chiunque, non solo all’autore, di trarre profitto economico dal codice stesso. E sebbene l’intero sistema dialettico sia stato innescato e sia sempre stato corroborato da una forte e spesso scomposta contestazione del modello capitalistico, opprimente sfruttatore dell’altrui lavoro erogato volontariamente in modo gratuito (…), è curioso notare come esso abbia invece gemmato e concimato nuove forme di acrobazie comunicative da parte dei più raffinati esponenti del capitale stesso.

Il primo esempio interessante è quello di HashiCorp, azienda rea di aver cambiato da un giorno all’altro la licenza di Terraform – popolare strumento di automazione dei processi cloud – rendendolo un prodotto proprietario. Il CEO Dave McJannet, intervistato dopo l’annuncio del fork promosso da Linux Foundation inteso a preservare l’originario progetto libero e aperto, reagì sdegnato invocando “the realisation that the open source model has to evolve“. Una posizione piuttosto diversa rispetto a quella espressa dai suoi omologhi in circostanze analoghe (rispetto ai quali ha comunque dimostrato maggiore onestà intellettuale, adducendo come motivo del cambio di rotta non presunte ed infondate perdite economiche ma un diretto interesse degli investitori), in quanto non esprime biasimo per i sedicenti vincoli propri dell’open source ma arriva a proporre una diversa concezione del modello open source stesso. O, almeno, un diverso significato comunemente applicato a questo termine.

Come, mesi dopo, ha suo malgrado spiegato con maggiori dettagli Scott Chacon, CEO di GitButler, nell’accrocchiare su TwiXter giustificazioni sul fatto che la piattaforma da esso rappresentata era appena stata rilasciata con una licenza “diversamente open source” che proibisce l’utilizzo commerciale della stessa. Ed esplicitamente ha scritto che, stando al suo punto di vista, per tutti (?!) “open source” vuol letteralmente dire “public on GitHub“, e per evitare incomprensioni (??!!) questo unico significato dovrebbe essere quello comunemente in uso – ignorando qualsiasi altra definizione che Open Source Initiative pretenderebbe di dare senza averne diritto alcuno (???!!!).

McJannet in modo più sobrio, e Chacon in modo più pirotecnico, nelle loro rispettive posizioni di direttori di startup finanziate da venture capital a caccia di profitti e rendite, non dicono essenzialmente nulla di diverso rispetto al movimento etico e moral(izzator)e citato in apertura: in funzione del diritto di sfruttamento economico (che è sinonimo talvolta di “profitti” e talvolta di “sostenibilità”, a misura del proponente), il codice è pubblicamente consultabile e persino in qualche misura utilizzabile ma nulla di più. Guardare ma non toccare. Ma McJannet e Chacon, nelle loro rispettive posizioni di direttori di startup che fanno del marketing – ancor prima della tecnologia – la loro propria ragion d’essere, stanno ben attenti a non compiere il medesimo errore dei circoli para-filosofici di cui sopra, e preferiscono veicolare il proprio messaggio non tentando di radicare nuove mitologie e nuove ontologie ma sfruttando quelle che già esistono. Mirando a inculcare un nuovo valore ad una parola che già tutti conoscono.

Sarebbe stato troppo ingenuo dichiarare, in modo semplice e chiaro, “Da oggi il nostro prodotto è Source Available“, termine già coniato, già conosciuto e che già indica esattamente e precisamente la condizione desiderata. Perché rinunciare all’opportunità di presentarsi come “soluzione open source” è un danno, uno svantaggio, un ostacolo. Ed i detrattori lo sanno. Il “brand open source” è amato ed apprezzato dal pubblico in quanto ispiratore di fiducia, in virtù del carico di implicazioni – tutte positive, almeno per gli utenti ed ancor più per i clienti – che porta con sé, dunque poterlo ostentare sulla propria homepage permette di godere di quella stessa fiducia che è stata costruita da altri. Anziché correre il rischio di perdere tale universalmente riconosciuto marchio di qualità – auto-assegnato per auto-certificazione – tanto vale buttarla in caciara e sperare che qualcuno ci creda per davvero. I puristi storceranno il naso, ma gli investitori che approvano i finanziamenti ed i manager che firmano i contratti d’acquisto non noteranno la differenza.

Purtroppo non siamo dotati di ferri roventi digitali con cui vistosamente marchiare a fuoco gli impostori sulla pubblica gogna dell’internet. Ed è certo che episodi analoghi continueranno a proliferare, in mancanza di argini che possano contenerli. Ma val la pena pensarci, e non prestare il fianco più di quanto strettamente necessario ed ineluttabile. Affinché il termine “open source” non diventi una vana buzzword con cui decorare le brochure.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Uno Per Cento (2023)

31 dicembre 2023

Anno nuovo, abitudini vecchie: anche questa serata d’inverno l’ho dedicata alla distribuzione dell’1% del mio fatturato annuo ai progetti liberi e open source che ho adoperato nello svolgimento del mio mestiere di sviluppatore software freelance, per il settimo anno consecutivo. La premessa è che – come si evince dalla mia tabellina globale di riassunto – ho raggiunto la soglia dei 3000 euro distribuiti (euro più, euro meno: molti versamenti li ho fatti in dollari, che valgono un pochino meno della valuta che adoperiamo nel vecchio continente) e non rimpiango neppure un centesimo.

Anche questa volta, come la precedente, mi sono lasciato guidare in larga parte dagli output dei comandi “composer fund” e “npm fund” (rispettivamente i package manager d’elezione per PHP e JS, gli ambienti di sviluppo che mi trovo ad usare più frequentemente) per identificare e scegliere i progetti cui assegnare le rispettive quote, in particolare tra le mie involontarie eppur necessarie dipendenze. E stavolta mi sono pure ricordato di alcune mancanze passate…

Versamenti da 25 euro/dollari: progetti primari ed essenziali.

Versamenti da 10 euro/dollari: dipendenze primarie.

Versamenti da 5 euro: dipendenze indirette e supply chain.

Per la prima volta quest’anno ho usato lo strumento di “Bulk Sponsor” offerto da GitHub per fare in un colpo solo gran parte dei miei versamenti: con questo, gran parte dell’operazione si risolve con un copia e incolla dal terminale (con gli output dei sopra citati comandi “fund”), una riformattata al testo, e l’upload di un semplice CSV. Anche se, lo confesso, laddove possibile preferisco usare OpenCollective (che almeno non trattiene implicitamente ulteriori commissioni rispetto alla transazione bancaria).

Cosiccome anche quest’anno ho preferito snobbare la pur comoda pagina GitHub che automaticamente enumera i repository che accettano donazioni e risultano essere dipendenze dei propri progetti ivi pubblicati: un po’ perché buona parte di quel che faccio per lavoro non è su GitHub (bensì in repository privati su GitLab…), un po’ perché preferisco premiare gli sviluppatori che usano gli strumenti nativi dei rispettivi package manager (sempre i suddetti comandi “fund”) anziché dipendere in modo così totale ed esclusivo del – letteralmente – tentacolare octocat.

A costo di risultare pedante e noioso, colgo nuovamente l’occasione per raccomandare a tutti i miei colleghi developers di chiudere l’anno (o iniziare quello nuovo) facendo due conti e distribuendo a loro volta una parte del proprio fatturato annuo ai componenti open source che hanno adoperato nel corso dell’anno, come suggerito da Italian Linux Society. Non per stucchevole generosità e traboccante bontà d’animo, ma perché l’open source non è una alternativa e se non ci fosse probabilmente voi stareste facendo un altro mestiere.

Diversamente Alternativo

1 ottobre 2023

In occasione della Italian Tech Week 2023, Iolanda Pensa – presidentessa di Wikimedia Italia – è stata invitata a tenere un talk, ed ha gentilmente voluto coinvolgermi per allargare il tema della presentazione non solo ai contenuti liberi ma anche al software libero.

Ho dunque approfittato di tale circostanza, avulsa dai soliti convegni di soli nerd già affini a questi argomenti, per provare a spiegare il software libero in maniera un po’ diversa dal solito. A partire da un presupposto di base: l’open source non è una alternativa.

Se lavori nell’ambito web, l’open source non è una alternativa. PHP, Python, NodeJS, Apache, MySQL, WordPress, Drupal e tutti gli altri non sono una scelta secondaria, un’altra opzione, una nicchia sconosciuta ai più e da esplorare per la prima volta. All’interno di questa industria sono gli strumenti da adottare senza pensarci troppo, stabili, consolidati, per i quali è più semplice e veloce trovare documentazione, risorse e competenze; non sono una alternativa, sono (per usare a sproposito un termine abitualmente abusato) “lo standard”. La stessa cosa può del resto dirsi dell’intero settore embedded e IoT (Yocto, GCC, busybox, GTK e QT…), o di praticamente tutto quel che rientra nella categoria “cloud computing” (Docker, Kubernetes e tutto il panorama Cloud Native), ma anche “data analysis” (Python, Pandas e mille altri piccoli e grandi strumenti) o “machine learning” (Tensorflow, OpenCV e mille altri piccoli e grandi progetti nati sulla scia del rinnovato fermento portato dal fenomeno di ChatGPT).

Insomma: gran parte di quel che a oggi non è “desktop”. Ovvero: il contesto tecnologico meno rilevante dal punto di vista produttivo ed economico, e dunque politico, ma anche – fatalmente – quello su cui maggiormente (e forse unicamente) insiste la narrazione classica della cosiddetta community di promozione e divulgazione. Che si strugge perché la casalinga di Voghera non vuole installare Linux sul suo PC di casa.

La retorica della “alternativa open source” – che si auto-definisce unicamente per la scarsa penetrazione di uno specifico insiemi di progetti (Linux, e le sue distribuzioni) all’interno di uno specifico ambito (l’utilizzo sul desktop domestico) – automaticamente pone l’intero universo open source in una posizione minoritaria, secondaria, marginale e dunque marginalizzabile. Senza fornire una reale motivazione per interessarsene e curarsene, anche dal punto di vista istituzionale ed educativo, se non delle lasche e generiche raccomandazioni sulla “libertà del software”. Concetto in sé estremamente complesso da cogliere ed apprezzare da chiunque non abbia una forte consapevolezza pregressa di cosa sia effettivamente “il software” e di come funzioni, talmente complesso che viene spesso travisato pure da molti dei componenti della suddetta community di divulgazione ed assistenza.

Viceversa, narrando l’open source per quello che è per davvero – uno strumento di lavoro imprescindibile per interi rami d’industria – diventa non solo più semplice innescare attenzione ed interesse nei confronti della sua (ulteriore) adozione, ma si può iniziare ad inculcare a chi già lo conosce e lo usa – una larga maggioranza degli addetti ai lavori – una suggestione su quello che dovrebbe essere il passaggio strategico successivo: il coinvolgimento attivo. Affinché questo benedetto software libero (che, come amo ripetere, è libero ma è anche software) che già tutti adoperano sia anche migliorato ed esteso in modo progressivo ed esponenziale da chi ha le competenze per farlo, consolidi la sua superiorità tecnica laddove già la detiene, e la guadagni laddove ancora non ce l’ha.

Probabilmente quella della Italian Tech Week non è stata la mia migliore performance in veste di oratore (nota per il futuro: non pretendere di indossare una giacca su un palco illuminato da faretti, finisco col sudare come una spugna…), ma sono comunque contento di aver avuto il pretesto per tornare a meditare sulla (carente, e pertanto migliorabile) dialettica dell’open source.

Uno Per Cento (2022)

29 dicembre 2022

Anche il 2022 volge al termine, e – come ogni anno – è giunta l’ora di distribuire l’1% del mio fatturato annuo ai progetti opensource che ho utilizzato per svolgere il mio lavoro di sviluppatore software freelance.

Quest’anno ho deciso di provare ad adottare – almeno in parte – una politica un po’ diversa: meno soldi a più progetti. Usando i comandi “composer fund” e “npm fund” ho potuto facilmente accedere alla lista di dipendenze indirette (rispettivamente, PHP e Javascript) su cui sono state costruite le applicazioni che mi sono state commissionate negli ultimi 12 mesi, componenti di cui personalmente ho scarsa conoscenza ma che – in un modo o nell’altro – contribuiscono a loro volta ad agevolare il mio mestiere. E che, dando uno sguardo alle rispettive pagine delle donazioni, risultano totalmente ignorati dalla maggioranza, essendo appunto poco visibili. Essendo questa lista piuttosto lunga, ed essendo comunque i miei fondi limitati, ho dovuto rimodulare i tagli delle donazioni, che ora risultano in gran parte da 10 o da 5 euro (o, più frequentemente, dollari). Ad eccezione delle prime che compaiono nell’elenco qui sotto, frutto delle donazioni reiterate mensilmente per tutto il 2022 su Github Sponsor: ora che questo strumento permette più facilmente donazioni “una tantum”, ho disabilitato tali donazioni ricorrenti su Github con lo scopo di poter meglio assegnare i proventi della mia attività il prossimo anno.

Componenti PHP utilizzati principalmente:

Componenti PHP secondari, importati come dipendenza:

Componenti Javascript utilizzati principalmente:

Componenti Javascript secondari, importati come dipendenza:

Altre applicazioni e iniziative da cui traggo beneficio in vario modo:

Questo è il sesto anno consecutivo che distribuisco l’1% del mio fatturato, e per avere una visione di insieme ho approntato questa tabellina che le riassume tutte. Da cui si evince a chi ho dato di più, a chi avrei dovuto dare di più (ebbene si, talvolta non sono rigoroso nelle mie assegnazioni…), e l’andamento annuale complessivo.

Come sempre invito tutti coloro che lavorano con applicazioni libere e open source – developers, sistemisti, consulenti… – ad aderire alla Campagna 1% promossa da Italian Linux Society e a ridistribuire a loro volta una parte, anche piccola, dei propri ricavi annuali.

100 giorni

29 novembre 2022

La app StreetComplete che ho installato sul mio smartphone mi ricorda che sono stato attivo per 100 giorni (non consecutivi), e mi sembra opportuno e utile condividere qui qualche impressione e considerazione.

Archivio di Twitter alla mano, ho citato StreetComplete per la prima volta nel 2017. Ma ricordo che durò poco: all’epoca risultava molto lenta nel recuperare le “missioni” da svolgere, ovvero i nodi OpenStreetMap cui era richiesto di aggiungere qualche informazione facilmente reperibile andando per la strada e passando accanto agli elementi interessati. Alché ho lasciato perdere per qualche tempo, finché – anni dopo – l’amico Boz non me la menzionò nuovamente e tornò alla mia attenzione. Ho così scoperto che nel tempo era stata molto migliorata, sia nelle prestazioni che nelle funzionalità, ed ho iniziato a smanettarci con una certa regolarità: andando al supermercato a fare la spesa, andando da mia madre per un occasionale pranzo della domenica, andando in ufficio da un cliente, magari imboccando percorsi leggermente diversi da una volta all’altra per evitare di transitare sempre dagli stessi punti ed avere sempre qualcosa di nuovo da mappare.

Confesso di averla sempre utilizzata con una certa moderazione, quasi esclusivamente percorrendo strade già note e conosciute lungo le quali potevo permettermi di concentrarmi sulla mappa anziché guardarmi attorno. Durante le vacanze, e in città nuove ed inesplorate, l’ho tenuta chiusa la maggior parte delle volte: non mi è mai andata a genio l’idea di rovinarmi l’esperienza di un posto nuovo da visitare al solo scopo di cliccare qualche bottone su uno schermo. Ma nonostante il mio scarso rigore e la modesta dedizione, segnalando un attraversamento pedonale senza indicatori tattili per i non vedenti o la presenza di una strada lungo cui non è possibile parcheggiare, sono comunque riuscito ad accumulare migliaia di piccoli contributi e a scalare fino alla Top 50 della classifica italiana.

Usando StreetComplete ho preso atto di quanto sia oggi semplice ed immediato contribuire attivamente al patrimonio culturale libero, e avere un impatto forse meno visibile (e meno spendibile sui social network) ma certo più significativo e concreto di quel che si ottiene sottoscrivendo una lettera aperta o firmando una petizione. Tant’è che, in un certo qual modo, questa app è stata anche l’ispirazione per la rubrica “Todo” della newsletter di Italian Linux Society (i cui riferimenti vengono riportati anche sull’omonima pagina di linux.it): una collezioni di strumenti facili, alla portata di tutti, presentati sottoforma di app per lo smartphone o di applicazioni web, con cui chiunque – secondo le proprie capacità e competenze, benché nella maggior parte dei casi non ne siano richieste affatto – può fare qualcosa di utile dedicando anche pochi minuti, anche senza una frequenza regolare. Tra i miei preferiti ci sono anche la app di Wikimedia Commons, che mostra su una mappa gli elementi Wikidata che hanno delle coordinate geografiche ma non una foto che li ritragga nell’archivio fotografico di Wikipedia, e Common Voice, progetto promosso da Mozilla che aspira a creare dei modelli vocali (quelli usati per tradurre il testo in voce e la voce in testo) liberi e aperti a partire dalle registrazioni audio rilasciate da migliaia di volontari.

Non so quanti abbiano mai consultato la suddetta pagina web, e soprattutto quanti abbiano effettivamente trovato una iniziativa su cui si sono poi messi all’opera, ma se andando e tornando dal comprare i Sofficini vicino a casa risulto oggi tra i 50 maggiori contributor italiani di StreetComplete probabilmente la stima è “molto pochi”. Eppure, in cuor mio, continuo a confidare in un coinvolgimento pragmatico di quella silenziosa maggioranza di appassionati e curiosi che – pur talvolta trovandosi passivamente a leggere di PEC minatorie, appelli istituzionali, campagne di sensibilizzazione e altre iniziative intangibili e lontane dal quotidiano – vorrebbero sentirsi parte attiva della cosiddetta “community” ed apportare un proprio contributo reale.

Dopo 100 giorni su StreetComplete mi sembra di non aver neanche iniziato. Ma ho iniziato, ed è quel che conta.

Contro Rivoluzione

16 gennaio 2022

Di castronerie relative alla “rivoluzione” della tecnologia blockchain se ne leggono tante: che l’informazione ivi salvata è permanente ed immutabile (ma le blockchain sono basate su hash, ed è noto che gli algoritmi di hash prima o dopo vengono “rotti” invalidando ogni garanzia di consistenza), o più recentemente che questi strumenti permettono ed accelerano la decentralizzazione dell’internet (ma come ci illustra Moxie Marlinspike non è vero, considerando che già oggi gran parte dell’interazione con le blockchain è fortemente centralizzato in un pugno di servizi).

Tra tutte le possibili demenzialità, su una sono incappato per la prima volta per ben due volte nel giro di pochi giorni. Da questa in particolare ho compreso il motivo per cui codesti concetti sono stati così rapidamente assorbiti da un nucleo di cosiddetti intellettuali e pensatori, e da qui posso anche immaginare quanto facilmente scaleranno nuovamente all’attenzione delle istituzioni.

Su questo articolo datato 9 gennaio 2022 si legge una dichiarazione di Serena Tabacchi, direttrice del Museo di Arte Contemporanea Digitale: “La blockchain risolve il problema della riproducibilità del digitale, visto che online puoi replicare qualsiasi cosa, come una mail o un film”. E ieri sera (15 gennaio 2022), all’edizione serale del TG1, sulla principale rete televisiva nazionale, è stato detto (più volte e con parole diverse): “Finora qualsiasi opera digitale – una immagine, una canzone, uno spezzone televisivo – si potevano copiare, quindi erano economicamente di nessun valore. Utilizzando la blockchain – un registro di informazioni condiviso da tutti – e le cryptovalute, è possibile registrare ogni opera in NFT, dandogli cioé una carta di identità”.

Nel 2016, prendendo atto che tutti i beni digitali sono riproducibili all’infinito a costo zero, scrivevo: “Date queste nuove condizioni di mercato, esistono due modi per fronteggiarle. O si ostacolano, o si assecondano“. È molto triste constatare che qualcuno, ancora nell’anno 2022, non solo definisce la riproducibilità come “un problema” ma si ostina in tutti i modi ad ostacolare (o almeno è convinto, in modo peraltro molto ingenuo, di ostacolare) questo fatto compiuto ed empirico, aggrappandosi alle vane ed infondate suggestioni propinate da chi vende servizi e consulenze al pari degli imbonitori che nel XVIII secolo vendevano l’oramai iconico “snake oil“, non riuscendo minimamente a distaccarsi dalle dinamiche intrinseche del mondo tangibile e anzi spacciando le proprie trovate come qualcosa di innovativo e rivoluzionario. Chi glielo dice alla direttrice del Museo di Arte Contemporanea Digitale (?!) che il solo atto di aprire OpenSea – il più grande marketplace online di NFT – su un browser web genera automaticamente una copia di ciascuna opera che viene consultata, per il semplice fatto che per visualizzarla sullo schermo è necessario trasferire quella esatta sequenza di bits che compongono l’immagine, e che questo avviene per ciascun utente che apre ciascuna pagina, migliaia di volte al giorno? Come le si spiega che questo meccanismo è insito nel funzionamento stesso dell’internet, e che variarlo sarebbe non solo infinitamente complesso ma anche assai poco praticabile (se esistesse un’unica copia dell’immagine, che viene trasferita da client a client, potrei disconnettermi dalla rete un attimo dopo averla scaricata e un attimo prima di passarla al prossimo della coda: chiunque potrebbe trafugare qualsiasi opera da qualsiasi museo online!)? Come le si spiega che qualsiasi contenuto digitale, per il solo fatto che può essere fruito, può anche essere copiato (fosse anche solo, nella peggiore delle ipotesi, con uno screenshot)?

Quel che maggiormente mi turba nel vedere dilagare queste convinzioni, comunque, non è la credulità di alcune singole persone nei confronti di promesse irrealizzabili (dovute a monte dalla più totale ignoranza, da parte di molti di coloro che si occupano e parlano di tecnologia, di come la tecnologia stessa funziona), quanto il presagio che tali convinzioni sfoceranno presto nell’ennesimo scempio tecno/politico e nell’ennesimo sperpero di risorse, finanziamenti (pubblici e non solo) e attenzioni. Già è successo nel 2018, in piena escalation del fenomeno Bitcoin, quando il Ministero per lo Sviluppo Economico italiano ha istituito un tavolo di lavoro proprio in tema blockchain, su iniziativa dell’allora ministro Luigi di Maio, adescato dall’idea di poter tracciare la filiera del “Made in Italy” in modo sicuro e garantito (manco a dirlo, il progetto è sparito dalla circolazione dopo 3 mesi). Alla luce della suddetta nuova farsa sull’irriproducibilità delle opere digitali è quasi scontato che qualcun altro – magari proprio dal mondo della cultura e dell’arte, o forse da quello dell’editoria, insomma da contesti in cui non c’è la minima percezione di quel che la tecnologia può o non può davvero fare e presso cui anzi è radicato il più profondo terrore nei confronti del digitale – pretenderà un intervento statale per approfondire la questione e adoperarsi per cogliere questa fenomenale opportunità di porre un freno alla minaccia letale della “pirateria”.

Con buona pace, come sempre, di quelle che dovrebbero davvero essere le priorità politiche legate alla digitalizzazione del sistema economico.

Uno Per Cento (2021)

27 dicembre 2021

Anche quest’anno è venuta l’ora di distribuire l’1% del mio fatturato annuo ai progetti open source grazie ai quali ho svolto il mio lavoro di freelance, e che appunto hanno contribuito a generare quel fatturato stesso. Del resto quale momento migliore esiste per ribadire il proprio impegno professionale nei confronti della sostenibilità del software libero, e la necessità di reiterarlo costantemente, se non a pochi giorni dall’ennesima falla globale causata dall’ennesimo progetto che tutti usano e che ben pochi sostengono?

Confesso che il 2021 è stato un po’ meno ricco del 2020, dunque – non senza qualche rammarico – ho dovuto revisionare e rimodulare la mia lista dei versamenti. Ma non siamo qui a fare la carità, bensì a fare business: quando ci sono tanti soldi i dividendi sono alti, quando ci sono pochi soldi i dividendi sono bassi.

Come lo scorso anno non mi dilungo qui in dettagli su ogni singolo progetto, considerando che in gran parte sono sempre gli stessi: quelli già citati e motivati in passato sono reperibili nei report degli anni passati.

Composer (60 dollari) – https://github.com/sponsors/Seldaek

PHP Foundation (50 dollari) – https://opencollective.com/phpfoundation – per la prima volta sono riuscito a far arrivare dei soldi a quello che, in assoluto, è il mio principale strumento di lavoro. Credo che non rimpiangerò mai neppure un centesimo di quelli che gli ho dato né degli altri che ancora gli darò.

Let’s Encrypt (30 dollari) – https://letsencrypt.org/donate/

Thunderbird (30 dollari) – https://donate.mozilla.org/en-US/thunderbird/

Bootstrap (30 dollari) – https://opencollective.com/bootstrap/

jQuery (25 dollari) – https://javascriptlandia.com/

Laravel DebugBar (24 dollari) – https://github.com/sponsors/barryvdh

FlySystem (24 dollari) – https://github.com/sponsors/frankdejonge

Gnome (20 dollari) – https://www.gnome.org/support-gnome/donate/

Inkscape (20 dollari) – https://inkscape.org/support-us/donate/

Debian (10 dollari) – https://www.debian.org/donations

OpenBSD (10 euro) – https://www.openbsdfoundation.org/donations.html

Ubuntu (10 dollari) – https://ubuntu.com/download/desktop/thank-you

LibreOffice (10 euro) – https://www.libreoffice.org/donate/

Doctrine (10 dollari) – https://www.doctrine-project.org/sponsorship.html

Sury (10 euro) – https://deb.sury.org/

PHP Unit (10 dollari) – https://github.com/sponsors/sebastianbergmann – quest’anno ho “scoperto” la pratica dello unit testing, che ancora adotto solo sporadicamente ma che vorrei e dovrei rendere parte del mio lavoro.

Carbon (10 dollari) – https://opencollective.com/Carbon

Intervention Image (2 dollari) – https://github.com/sponsors/Intervention – solo verso la fine dell’anno mi sono ricordato di attivare una sponsorship Github per Intervention, che sviluppa – tra gli altri – il pacchetto PHP di manipolazione immagini che più frequentemente adopero nei miei lavori.

Anche in questa occasione rinnovo il mio invito ai colleghi developers (siano essi freelance o dipendenti di una qualche agenzia o impresa) ad aderire alla Campagna 1% promossa da Italian Linux Society, e dunque a destinare una parte dei propri ricavi ai progetti open source utilizzati per svolgere il proprio lavoro. Per fare in modo che quei progetti continuino ad esistere e ad essere sviluppati e mantenuti, e sfruttati per semplificare le proprie attività professionali, accelerare i tempi di sviluppo, e massimizzare i propri profitti.

Dopotutto

28 marzo 2021

Negli anni ho avuto modo di osservare e commentare diverse volte – ma mai abbastanza – le derive critiche, più o meno accentuate e fondate, nei confronti delle dinamiche che stanno alla base del software libero e del modello di sviluppo open source. Quasi sempre incentrate sulla libertà 0, quella secondo cui il software può essere usato per qualsiasi scopo (incluso, implicitamente, quello commerciale). Solo adesso mi rendo conto che tali critiche sono sufficientemente reiterate e diffuse da essersi meritate addirittura una etichetta, e che tale etichetta viene usata anche (e soprattutto) in ambiti esterni a quelli della community open source in senso stretto.

Il nome più comune che circola è quello di “post-opensource”. O, secondo la retorica della par condicio stallmaniana, “post-FOSS”. Termine evidentemente scelto per evocare il superamento dei limiti dell’open source, e che pertanto è incentrato proprio nel descrivere ed appuntare tali limiti. Qui si trova il blog post più citato a tal proposito, che definisce il termine, ma non è l’unico né ne riassume tutte le sfumature.

Volendo fare una estrema – e certamente superficiale – sintesi, il pensiero di fondo è quello secondo cui l’open source sia diventato uno strumento delle grandi corporation per ottenere e sfruttare codice e competenze in modo gratuito, ed è necessario imporre vincoli per garantire la tutela degli sviluppatori, la sostenibilità dei progetti, la giustizia sociale e quant’altro. L’origine di tale scuola di pensiero arriva, senza molte sorprese, dal celeberrimo caso Herthbleed, che ha fomentato una ampia discussione sulla sostenibilità del software libero e open source, e si è ulteriormente radicalizzata con l’altrettanto discusso caso MongoDB VS Amazon, che ha messo in evidenza ulteriori fattori di un tema che malauguratamente la leadership non è mai stata in grado di sviscerare. Al punto che la suddetta libertà 0 non è più considerata da molti solo come un limite, ma anzi come una giustificazione strumentale per abusi e soprusi di ogni sorta e vada pertanto – come detto sopra – annullata e superata.

Al di là di muovere considerazioni talvolta condivisibili sullo stato delle cose, però, la corrente post-opensource fallisce in numerose fasi della sua analisi: nel contesto, nelle soluzioni, e sopra ogni altra cosa nell’attitudine.

L’open source è uno strumento al servizio delle corporation, e viene usato per far lavorare gratis i volontari? No: la community non è composta (esclusivamente) da volontari che lavorano gratis, senza alcun tipo di compenso, in modo totalmente disinteressato e senza ritorno, cosiccome quelli che ne traggono beneficio e profitto non sono solo le grandi corporation brutte e cattive. Anzi, i più contribuiscono ai progetti altrui per diretto interesse, anche economico, al fine di riusare tale software per costruire soluzioni per i propri clienti (paganti).

La soluzione è adottare licenze che pongono vincoli e obblighi sull’uso commerciale, al fine di evitare gli abusi? No, a meno di voler corrompere le dinamiche proprie del modello: non ci si può aspettare che annullando una delle fasi del ciclo di uso, modifica e ridistribuzione del software libero (nella fattispecie, quella di “uso”) tutto continui a funzionare come ha sempre fatto. Se già la costituzione di una community è una cosa complessa in presenza di tutti i canoni della libertà digitale, meno ancora può essere possibile nel momento in cui vengono poste delle barriere di ingresso. Barriere peraltro vaghe, come ci insegna la storia della clausola “Non Commerciale” per le licenze Creative Commons: in vent’anni nessuno ha mai saputo definire in modo esatto e definitivo cosa voglia dire “Non Commerciale”, e tale variante è universalmente riconosciuta come una farsa adottata in modo pressoché esclusivo da chi fa pratica di “open washing“.

La visione sociale del software libero è stata tradita? Eventualmente si, ma questa è un’altra storia e l’argomentazione viene presentata per sostenere l’imposizione di restrizioni e revocare la presunta eccessiva permissività delle licenze libere, sfruttata per l’utilizzo di componenti open source nella creazione di sistemi che operano ai danni degli utenti. Nessuno sa però spiegare come la community che negli scorsi trent’anni – dunque, ben prima dell’interessamento da parte del business – avrebbe dovuto aderire e realizzare suddetta visione sociale non sia stata in grado di fornire reali alternative tecniche a valle dei presupposti etici e morali.

I commenti a sostegno del post-opensource riportano spesso invettive verso il capitalismo, additato come causa il neo-liberismo, suggeriscono che il software libero sia stato costruito esclusivamente sull’individualismo. E, nel far questo, propongono di “aggiustarlo” introducendo diritti esclusivi di sfruttamento commerciale, laconiche e soggettive regole sul suo riutilizzo, e di invalidare il fattore che più di tutti ha fatto storcere il naso in passato a capitalisti e neo-liberisti che riconoscevano nel software libero una celata forma di comunismo. Una ennesima conferma del fatto che il software libero è un soggetto trasversale – nell’elogio e nella contestazione – a tutti i colori e le inclinazioni politiche.

I problemi ci sono e sono sotto gli occhi di tutti, inutile negarlo. Ma anziché pretendere di fare la rivoluzione cambiando tre righe di una licenza forse è il caso di ragionare sui comportamenti. Ad esempio, a qualcuno ancora sfugge che proprio la disponibilità di software usabile a fine commerciale è stato il volàno che ha garantito al modello open source di affermarsi, sia in diffusione che in qualità, e – differentemente da quanto narrato – permette a migliaia di professionisti e di piccole realtà di produrre, lavorare, e addirittura competere con i Big Tech per arginarne (almeno un poco) l’inarrestabile e dannosa crescita. Forse può valer la pena concentrarsi su questo già esistente e consolidato sistema economico (che, ricordiamolo di nuovo, non potrebbe esistere se fossero imposti limiti alle licenze), supportarlo e sostenerlo (ed invitare i suoi membri a supportarsi e sostenersi a vicenda un po’ più di quanto fanno ora), diventarne parte e condurre la propria battaglia contro il capitalismo rampante facendo fronte comune per la ridistribuzione del benessere.

Se di “visione sociale” vogliamo parlare, più che cercare dei problemi nel modello software forse andrebbero cercati i problemi nel modello sociale. Ovvero nelle persone. Abbiam fatto il software libero, restano ancora da fare i softwareliberisti.

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