
Di castronerie relative alla “rivoluzione” della tecnologia blockchain se ne leggono tante: che l’informazione ivi salvata è permanente ed immutabile (ma le blockchain sono basate su hash, ed è noto che gli algoritmi di hash prima o dopo vengono “rotti” invalidando ogni garanzia di consistenza), o più recentemente che questi strumenti permettono ed accelerano la decentralizzazione dell’internet (ma come ci illustra Moxie Marlinspike non è vero, considerando che già oggi gran parte dell’interazione con le blockchain è fortemente centralizzato in un pugno di servizi).
Tra tutte le possibili demenzialità, su una sono incappato per la prima volta per ben due volte nel giro di pochi giorni. Da questa in particolare ho compreso il motivo per cui codesti concetti sono stati così rapidamente assorbiti da un nucleo di cosiddetti intellettuali e pensatori, e da qui posso anche immaginare quanto facilmente scaleranno nuovamente all’attenzione delle istituzioni.
Su questo articolo datato 9 gennaio 2022 si legge una dichiarazione di Serena Tabacchi, direttrice del Museo di Arte Contemporanea Digitale: “La blockchain risolve il problema della riproducibilità del digitale, visto che online puoi replicare qualsiasi cosa, come una mail o un film”. E ieri sera (15 gennaio 2022), all’edizione serale del TG1, sulla principale rete televisiva nazionale, è stato detto (più volte e con parole diverse): “Finora qualsiasi opera digitale – una immagine, una canzone, uno spezzone televisivo – si potevano copiare, quindi erano economicamente di nessun valore. Utilizzando la blockchain – un registro di informazioni condiviso da tutti – e le cryptovalute, è possibile registrare ogni opera in NFT, dandogli cioé una carta di identità”.
Nel 2016, prendendo atto che tutti i beni digitali sono riproducibili all’infinito a costo zero, scrivevo: “Date queste nuove condizioni di mercato, esistono due modi per fronteggiarle. O si ostacolano, o si assecondano“. È molto triste constatare che qualcuno, ancora nell’anno 2022, non solo definisce la riproducibilità come “un problema” ma si ostina in tutti i modi ad ostacolare (o almeno è convinto, in modo peraltro molto ingenuo, di ostacolare) questo fatto compiuto ed empirico, aggrappandosi alle vane ed infondate suggestioni propinate da chi vende servizi e consulenze al pari degli imbonitori che nel XVIII secolo vendevano l’oramai iconico “snake oil“, non riuscendo minimamente a distaccarsi dalle dinamiche intrinseche del mondo tangibile e anzi spacciando le proprie trovate come qualcosa di innovativo e rivoluzionario. Chi glielo dice alla direttrice del Museo di Arte Contemporanea Digitale (?!) che il solo atto di aprire OpenSea – il più grande marketplace online di NFT – su un browser web genera automaticamente una copia di ciascuna opera che viene consultata, per il semplice fatto che per visualizzarla sullo schermo è necessario trasferire quella esatta sequenza di bits che compongono l’immagine, e che questo avviene per ciascun utente che apre ciascuna pagina, migliaia di volte al giorno? Come le si spiega che questo meccanismo è insito nel funzionamento stesso dell’internet, e che variarlo sarebbe non solo infinitamente complesso ma anche assai poco praticabile (se esistesse un’unica copia dell’immagine, che viene trasferita da client a client, potrei disconnettermi dalla rete un attimo dopo averla scaricata e un attimo prima di passarla al prossimo della coda: chiunque potrebbe trafugare qualsiasi opera da qualsiasi museo online!)? Come le si spiega che qualsiasi contenuto digitale, per il solo fatto che può essere fruito, può anche essere copiato (fosse anche solo, nella peggiore delle ipotesi, con uno screenshot)?
Quel che maggiormente mi turba nel vedere dilagare queste convinzioni, comunque, non è la credulità di alcune singole persone nei confronti di promesse irrealizzabili (dovute a monte dalla più totale ignoranza, da parte di molti di coloro che si occupano e parlano di tecnologia, di come la tecnologia stessa funziona), quanto il presagio che tali convinzioni sfoceranno presto nell’ennesimo scempio tecno/politico e nell’ennesimo sperpero di risorse, finanziamenti (pubblici e non solo) e attenzioni. Già è successo nel 2018, in piena escalation del fenomeno Bitcoin, quando il Ministero per lo Sviluppo Economico italiano ha istituito un tavolo di lavoro proprio in tema blockchain, su iniziativa dell’allora ministro Luigi di Maio, adescato dall’idea di poter tracciare la filiera del “Made in Italy” in modo sicuro e garantito (manco a dirlo, il progetto è sparito dalla circolazione dopo 3 mesi). Alla luce della suddetta nuova farsa sull’irriproducibilità delle opere digitali è quasi scontato che qualcun altro – magari proprio dal mondo della cultura e dell’arte, o forse da quello dell’editoria, insomma da contesti in cui non c’è la minima percezione di quel che la tecnologia può o non può davvero fare e presso cui anzi è radicato il più profondo terrore nei confronti del digitale – pretenderà un intervento statale per approfondire la questione e adoperarsi per cogliere questa fenomenale opportunità di porre un freno alla minaccia letale della “pirateria”.
Con buona pace, come sempre, di quelle che dovrebbero davvero essere le priorità politiche legate alla digitalizzazione del sistema economico.
