Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
23 visualizzazioni17 pagine

Analogie e Divergenze

Il documento analizza il pensiero politico di Machiavelli e Guicciardini, evidenziando le loro visioni contrastanti sul repubblicanesimo, con Machiavelli che enfatizza la virtù civica e la partecipazione attiva dei cittadini, mentre Guicciardini sottolinea la necessità di un governo aristocratico moderato per mantenere l'ordine. Inoltre, si discute il dibattito tra Thomas Jefferson e Alexander Hamilton, dove Jefferson promuove un agrarismo che valorizza la virtù dei cittadini legata alla terra, mentre Hamilton sostiene un federalismo forte e un'economia capitalista per garantire la stabilità della nuova nazione. Entrambi i capitoli mettono in luce le tensioni tra virtù pubblica e corruzione, e le diverse visioni su come costruire una società repubblicana duratura.
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
23 visualizzazioni17 pagine

Analogie e Divergenze

Il documento analizza il pensiero politico di Machiavelli e Guicciardini, evidenziando le loro visioni contrastanti sul repubblicanesimo, con Machiavelli che enfatizza la virtù civica e la partecipazione attiva dei cittadini, mentre Guicciardini sottolinea la necessità di un governo aristocratico moderato per mantenere l'ordine. Inoltre, si discute il dibattito tra Thomas Jefferson e Alexander Hamilton, dove Jefferson promuove un agrarismo che valorizza la virtù dei cittadini legata alla terra, mentre Hamilton sostiene un federalismo forte e un'economia capitalista per garantire la stabilità della nuova nazione. Entrambi i capitoli mettono in luce le tensioni tra virtù pubblica e corruzione, e le diverse visioni su come costruire una società repubblicana duratura.
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd
Sei sulla pagina 1/ 17

Analogie e divergenze. Figure e idee politiche a confronto.

Capitolo 1
Machiavelli e Guicciardini: due concetti di Repubblicanesimo
Il pensiero repubblicano in età classica e moderna presuppone la costituzione di un regime politico
nel quale vengano equilibrati gli interessi della maggioranza e della minoranza, cercando di
immaginare la creazione di un governo misto composto dall'elemento democratico, aristocratico e
monarchico. La teoria repubblicana tratteggia la formazione di un regime politico che si
contraddistingue per la capacità dei cittadini di deliberare e realizzare il bene comune all'interno di
una comunità politica evoluta dal punto di vista storico.
Machiavelli: virtù civica e governo largo
Secondo Niccolò Machiavelli la Repubblica è l'unico tipo di regime politico che possa garantire il
raggiungimento della grandezza politica assicurando ai suoi cittadini la difesa della libertà
individuale. In un autentico regime repubblicano la virtù militare deve necessariamente
congiungersi alla virtù politica. Il compito fondamentale di ogni cittadino della Repubblica e di
mirare sempre in qualunque modo alla libertà e alla difesa della patria. Machiavelli nei Discorsi si
sforza di elaborare una concezione della Repubblica dove la partecipazione alla vita activa è
condizionata dalla presenza della virtù civica; una Repubblica può essere mantenuta solo se i suoi
cittadini coltivano quelle qualità indispensabili che Cicerone ha descritto come Virtus: il coraggio
per contribuire a difendere la comunità e la prudenza necessaria per partecipare al suo governo.
Nella tradizione del repubblicanesimo moderno Harrington sostiene che il concetto di cittadinanza
sia collegato con il coinvolgimento economico sociale. Il cittadino deve essere un soggetto che ha
un interesse concreto nella Repubblica, per questo il modello predominante è costituito dal
cittadino-proprietario. Il proprietario terriero è il solo ad avere un interesse reale riguardo al
benessere dell'intera comunità, così i proprietari agricoli sono considerati gli unici veri cittadini.
Secondo Charles Taylor la virtù civica viene identificata con il patriottismo quindi con
l'immedesimazione di ciascun cittadino con gli altri per il raggiungimento di un'impresa comune. Il
patriottismo, quindi, rappresenta la necessità di avvertire in maniera molto forte un vincolo di
solidarietà. Secondo Dahl una Repubblica fondata sulla virtù civica deve sviluppare una cultura
politica che consenta la socializzazione dei cittadini ai valori, alle istituzioni e alle pratiche della
democrazia e trasmetta loro la tradizione l'ideale della virtù civica. Il concetto moderno di
repubblicanesimo nasce, secondo Pocock, nelle città-stato italiane soprattutto nella Firenze
repubblicana. La virtù diviene una attività pubblica nella quale la personalità realizza sé stessa nella
cittadinanza, nel patriottismo e nella vita civica. L'amore per la patria che Machiavelli percepisce
come essenziale all'esistenza della Repubblica, diviene una connessione intima con quel vivere
libero che rappresenta l'essenza specifica condivisa e difesa dei buoni repubblicani. Il presupposto
per far vivere e crescere la Repubblica si stanzia nella concreta disposizione del singolo cittadino a
mettere il bene pubblico prima del proprio. Se gran parte dei cittadini tralascia le virtù, prende il
sopravvento la corruzione, quindi l’Aristocrazia. Secondo i repubblicani quello che si proponeva di
fare l'aristocrazia era di escludere la grande maggioranza dei cittadini proprietari terrieri dalla vita
politica e instaurare nuovi rapporti di dipendenza e schiavitù.
Guicciardini e la repubblica degli Ottimati
A differenza di Machiavelli, l'ispirazione di fondo del pensiero politico di Guicciardini è la
consapevolezza della precarietà dell'ordine politico insidiato da fattori che provocano il disordine. Il
lavoro di Guicciardini si muove su una linea che tende ad eludere la conflittualità sociale e crede
che la mancanza di unione determini la rovina delle città. Per Guicciardini bisogna ordinare
l'elemento monarchico e quello democratico per giungere ai pochi, all'elemento aristocratico,
ovvero il fattore di moderazione e di guida ordinata della città. Il Discorso di Logrogno fu composto
da Guicciardini mentre si trovava presso la Corte di Ferdinando d’Aragona in qualità di
ambasciatore fiorentino e venne terminato quando i medici avevano da poco fatto ritorno a
Firenze concludendo l'esperienza repubblicana. Quest'opera coincide con la fine dei tentativi
compiuti dagli ottimati, dei quali Guicciardini era uno degli esponenti più significativi. Come ultimo
provvedimento costoro avevano deliberato l'insediamento di un Senato investito di tutti i poteri
che erano già stati del Consiglio Grande, al quale era stato lasciato solo il compito di eleggere il
gonfaloniere non più a vita ma per la durata di un anno. Proprio a questo Guicciardini fa
riferimento quando sostiene di “dover ordinare gli estremi di uno e di molti” per poter pensare al
mezzo, cioè al Senato, luogo dove siedono tutti gli uomini Savi e capaci di per poter governare in
modo ordinato la città. Egli crede che bisogna valutare i pro e i contro delle varie forme di governo
per capire quale sia la migliore tra monarchia, aristocrazia e Repubblica popolare. Guicciardini
giunge alla conclusione che la migliore forma di governo sia l'aristocrazia moderata, o temperata
dalla partecipazione del popolo agli affari pubblici, infatti, crede che sia preferibile il governo degli
ottimati perché sono dotati di qualità naturali la cui costante aspirazione è di far valere, nell'ambito
della comunità, le loro capacità; per questo rifiuta sia la soluzione del Principato sia la Repubblica
popolare. Il Senato deve operare in modo che il gonfaloniere a vita non diventi un principe
assoluto e che il Consiglio Grande non si appropri di tutti i poteri in quanto rappresentante del
popolo. Lo stesso Guicciardini sottolinea il suo netto rifiuto per l'oligarchia chiusa e
istituzionalizzata nella sua delimitazione, d'altra parte tende a limitare il ruolo del popolo (Consiglio
Grande) che in base alla sua teoria non deve essere posto in grado di discutere e formulare una
legge ma soltanto di approvarla o meno poiché, riprendendo la teoria aristotelica, non sono idonei
a ricoprire le cariche pubbliche ma sono in grado di riconoscere se altri (i pochi) possiedano i titoli
per ricoprirle.

Capitolo 2
Thomas Jefferson e Alexander Hamilton: Agrarismo e Federalismo
Nel 1776 la politica americana era pervasa dalle polarità repubblicane di virtù e corruzione,
disinteresse e interessi di parte, spirito pubblico e ambizione privata, partecipazione e inattività. La
Repubblica significava per loro molto di più che la semplice eliminazione di un re e l'istituzione di
un sistema elettivo. Per i padri fondatori degli USA, repubblicanesimo significava mantenimento
della virtù pubblica e privata, solidarietà sociale e battaglia costante contro le minacce al carattere
repubblicano della nazione. I padri fondatori avevano ritenuto, dopo la convenzione di Filadelfia
del 1787, che gli scontri politici si potessero risolvere istituzionalmente per questo agirono convinti
che la profonda crisi potesse essere superata creando un'Unione fondata sulla separazione di
poteri a livello centrale; la soluzione trovata fu quella di coniugare la forma di governo
repubblicano con la forma di Stato federale. Ma la nuova nazione non aveva per nulla risolto i
problemi, anzi i federalisti e jeffersoniani crearono delle vere e proprie crisi istituzionali.
Il repubblicanesimo al governo negli Stati Uniti
La vittoria di Jefferson nelle elezioni presidenziali del 1800 e l'ascesa al potere del partito del
partito democratico-repubblicano chiuse l'epoca federalista, caratterizzata da violenti scontri
ideologici, e diede l'avvio a una seconda fase rivoluzionaria. Si affermò la volontà di costruire uno
stato leggero e non oppressivo nei confronti dei cittadini che era stato l'ideale intorno al quale si
era raccolta la classe dirigente repubblicana dell'ultimo decennio del 700. Tutto ciò non poteva
soddisfare gli esponenti più ortodossi del partito jeffersoniano. Per questo nacque una corrente
chiamata Old Republicans che critico le scelte fondamentali operate da questi esponenti del partito
che avevano responsabilità di governo. Nonostante i violenti attacchi degli esponenti politici
repubblicani più ortodossi, Jefferson non andò oltre qualche semplice dichiarazione di principio,
non attuò alcuna misura realmente importante per contrastare il loro ruolo crescente. Jefferson
decise di acquistare la Louisiana nel 1803. Quando il presidente acquistò il territorio, si sconvolsero
tutti i presupposti della politica che repubblicani avevano sostenuto in precedenza, in quanto la
costituzione non prevedeva l'acquisto dei territori, ma proprio in questa occasione questa
operazione di Jefferson ottenne il pieno sostegno degli Old Republicans. L'espansione territoriale
verso l'ovest e il sud costituiva per Jefferson il modo giusto in cui sarebbero state rafforzate le
istituzioni repubblicane, evitando il declino insito nella visione ciclica della storia. I repubblicani
jeffersoniani erano convinti di riuscire a preservare il carattere agricolo, e quindi repubblicano,
della società americana per i secoli a venire ma i calcoli non si dimostrarono del tutto esatti. Il
territorio diventò il più importante granaio del mondo e il fiume del Mississippi consentì lo
sviluppo di un commercio molto florido legato in gran parte all'agricoltura, ma queste circostanze
non riuscirono a contenere il progresso di vaste aree degli Stati Uniti verso una crescente
industrializzazione. I repubblicani jeffersoniani credevano fosse essenziale preservare il
repubblicanesimo rurale in quanto unica forma di governo in grado di garantire i valori di una
società realmente democratica; erano convinti che la politica dei federalisti favorisse la
speculazione degli affaristi, della banca centrale, del partito della carta-moneta e delle nascenti
industrie del nord che venivano protette con sempre più ingenti dazi doganali.
Agrarismo e pensiero politico
La Virginia, nel periodo jeffersoniani e fino alla Civil War, basava tutta la sua economia
sull'agricoltura. Vi era una base di partenza filosofica: gli agricoltori erano il popolo scelto da Dio e
vivere a contatto con la natura significava fortificare il carattere e sviluppare la propria virtù.
L'agricoltura, quindi, incoraggiando la pratica delle virtù morali, procurava all'uomo i mezzi per
sviluppare la sua libertà individuale, presupposto essenziale per la realizzazione della felicità sulla
terra. Era fondamentale preservare il popolo americano dalle minacce costituite da trasformazioni
sociali come il sorgere delle grandi città e lo sviluppo dell'industria manifatturiera. Salvare
l'agricoltura e gli uomini che vivevano di essa diventava quasi una missione voluta da Dio per
conservare quel semplice repubblicanesimo rurale. John Taylor concepì la sua esistenza a stretto
contatto con l'universo rurale; era indubbiamente un agricoltore esperto e pratico che spendeva il
proprio tempo nella sua fattoria. Certamente Jefferson e Taylor attingevano molte delle loro idee
dalla tradizione rurale classica, come dalle Georgiche di Virgilio, un'opera in cui si affermava in
modo netto la superiorità e la semplicità della vita rurale rispetto alla complessità ma anche
corruzione dei costumi che si riscontrava nel contesto cittadino. I virginiani appresero in fondo la
lezione di Marco Porcio Catone, il quale insegnava a considerare l'agricoltura come lo strumento
che indirizzava gli uomini verso una modesta agiatezza e li allontanava dalla corruzione. Virgilio
nelle Georgiche vuole descrivere la bellezza e la pace ed esaltare la virtù solamente esistenti nel
paesaggio rurale; soltanto coloro che vivono la vita serena e pacifica nei campi diventano individui
capaci di acquisire stabilità interiore, forza morale e soprattutto autosufficienza economica.
L'agricoltura poteva essere considerata come la sentinella della libertà e allo stesso tempo la
madre della ricchezza.
La virtù dei cittadini contro la corruzione del credito
È sempre esistita una lotta fra potere politico e virtuosa indipendenza dei cittadini e l'unica fonte di
autonomia in ogni luogo e in ogni tempo, secondo i repubblicani, è la terra; è indispensabile
possederla, coltivarla. In quanto i suoi frutti servono innanzitutto al sostentamento della propria
famiglia ma ancora di più legato ai prodotti della terra è il commercio, fondamentale per
raggiungere il benessere. Il diciottesimo secolo segnò un cambiamento radicale nella storia
dell’Europa occidentale. Ci fu un mutamento di condizioni economiche, il quale sviluppò un ampio
dibattito politico e culturale che finì per animare tutto il periodo attraverso varie fasi nelle quali il
partito di coloro che sostenevano i cambiamenti e innovazioni, denominato dalla Corte, si scontrò
con coloro che, rappresentati dal paese reale, ritenevano questo nuovo clima foriero di grandi
disastri. Gli autori che sostenevano le tesi del paese esaltavano la proprietà della terra come la
virtù indipendente contrapposta alla corruzione che aveva il volto del credito; coloro che
sostenevano le tesi della Corte non la pensavano allo stesso modo, specialmente il capo del
sistema federale statunitense e del capitalismo americano Alexander Hamilton. Nel corso
dell'Ottocento negli Stati Uniti, cominciavano ad esserci degli scontri tra federalisti e repubblicani.
Hamilton: federalismo e capitalismo
Secondo Hamilton, negli Stati Uniti era necessaria la costituzione di un forte governo centrale che
guidasse il cammino dell'intero paese perché, come sottolineava nel numero 70 del Federalist,
l'energia dell'esecutivo rappresentava una caratteristica principale di un buon governo. La teoria
dei “poteri impliciti” elaborata da Hamilton, autorizzava lo stato federale ad intraprendere tutte
quelle azioni necessarie e adatte che rientravano nei compiti generali di cui era investito il governo
degli Stati Uniti. Hamilton era certo che per la crescita della nuova Federazione occorresse
utilizzare strumenti di natura tanto politica quanto economica. Durante i governi Washington, in
qualità di segretario al tesoro, egli fece di tutto per spostare quanti più poteri possibili dal
legislativo all'esecutivo. Ma per agire in questi termini era consapevole che vi fosse l'assoluta
necessità di ottenere l'aiuto del grande capitale altrimenti il governo sarebbe rimasto debole e
inefficiente; quindi, le scelte politiche importanti di una nazione dovevano essere condivise da
coloro che detenevano il potere economico della stessa nazione. Hamilton si ispirò al pensiero
economico di David Hume il quale accettò e fece propria l'idea che una società basata sul
commercio non solo fosse ormai inevitabile ma anche salutare nel mondo aperto agli scambi
commerciali e al progresso. Hamilton, a differenza di Jefferson, accettava le ineguaglianze sociali e
l'avarizia intesa nel senso di accumulazione di capitali come fatti necessari inevitabili per la
prosperità della società moderna. Vi era dunque una distanza abissale fra la teoria jeffersoniana,
ispirata dai principi del repubblicanesimo e il progetto hamiltoniano dell'impero commerciale
fondato su una costante espansione dell'industria manifatturiera e sulla crescita del mercato
finanziario. Il segnale per i democratici o repubblicani che è la situazione stava degenerando, fu
dato dalla teorizzazione del programma finanziario sulla banca centrale e sulle manifatture. Il
governo americano si impegnava al pieno pagamento dei titoli del debito pubblico, alla creazione
di una banca nazionale autorizzata ad emettere banconote e a garantire il sostegno del governo
allo sviluppo delle imprese manifatturiere.
Il ruolo della Banca Federale
La pedina essenziale per la riuscita del piano contro gli interessi agricoli era la banca federale. Gli
antifederalisti ritenevano che l'organizzazione economica e finanziaria ideata da Hamilton avesse lo
scopo di distruggere la libertà dei cittadini americani e di istituire un nuovo modello politico
economico con strumenti inventati in Inghilterra e fatti propri dal governo federalista. Taylor
riteneva che i costituenti avevano inteso dividere i poteri fra lo stato federale e gli Stati federati per
limitare le ambizioni degli uomini presenti negli organismi politici ma pochi individui arricchiti dai
trasferimenti finanziari della proprietà avevano deciso di instaurare una tirannia in America e per
fare ciò si stavano servendo delle istituzioni federali. In altre parole, la mastodontica banca di
Hamilton era solo un monopolio, autorizzato dal Congresso in base ai poteri non esplicitamente
riconosciuti e in grado di allungare i propri tentacoli contro i confini degli Stati sovrani per
depredare i cittadini. Thomas Paine aveva trattato alcuni anni prima i problemi riguardanti la
Costituzione e il ruolo della Bank of North America ma era giunto a conclusioni diverse rispetto a
Taylor. Con la sua Dissertation, Pain difese il ruolo significativo che la banca aveva svolto per
supportare finanziariamente l'esercito indipendentista. La Bank of North America era stata infatti
fondata con capitale privato, mentre la banca pubblica prestava denaro per assistere il commercio
ed evitare un male non rimediabile quale l'usura. Hamilton istituì la banca nel 1791 a Filadelfia. La
first Bank cessò le sue funzioni come previsto dall'atto di costituzione nel 1811. La prima
operazione compiuta dalla banca si risolse in un prestito per due milioni di dollari, con questo
denaro fu possibile ripianare alcuni dei debiti contratti precedentemente in Europa. Secondo
Hamilton il sistema del debito pubblico e della banca centrale era servito ad aumentare il credito
non soltanto finanziario ma anche politico del paese; Taylor lo criticò rivelando come la maggior
parte dei membri del Congresso favorevoli alla politica economica del segretario al tesoro fossero i
principali detentori dei titoli del debito pubblico ad azionisti della first Bank. Le accuse di Taylor che
aveva rivolto ad Hamilton erano brucianti ed egli non poteva fare a meno di reagire duramente con
due saggi in Defense of the Funding System, scritti dopo il 1795. Hamilton sosteneva che se il
governo federale non fosse più in grado di disporre dei mezzi economici non esisterebbe nessun
credito privato o pubblico, conseguentemente vi sarebbe una agricoltura meno prospera. Per
Hamilton erano accuse senza alcun fondamento sostanziale. In un contesto così delineato pertanto
è possibile apprezzare appieno l'originalità del pensiero economico politico di Hamilton ma anche
la sua ispirazione al modello sperimentato nel corso del 700 in Inghilterra. Egli può essere
considerato il primo artefice dell'impero capitalistico commerciale statunitense, il quale cerco di
riprodurre in America molte delle istituzioni economiche e politiche inglesi e fu il primo a
comprendere come una banca nazionale e un debito pubblico unificato fossero strumenti
indispensabili per guidare l'economia di un paese.
Capitolo 3
Emerson e Tocqueville: L’amicizia politica e il realismo strategico
Alcuni autori sostengono che il concetto di amicizia sia politicamente irrilevante per la costruzione
di un autentico stato liberale e niente affatto legato all'idea di cittadinanza. La concezione di
cittadinanza e insieme di amicizia che Emerson elabora può essere considerata il legame fra sua
forte spinta all'esaltazione dell'individualismo liberale. Il riconoscimento di una comune natura
umana con interessi comuni deve indurre, pertanto, gli uomini ragionevoli a una comunitaria
fratellanza politica.
Il trascendentalismo americano
Il trascendentalismo traeva la sua forza dalle idee sociali e politiche contenute nella dichiarazione
di indipendenza dalla visione egualitaria così come si era affermata in terra americana fin
dall'epoca coloniale ma in definitiva fu una fede più che una filosofia. I trascendentalisti
dichiararono la divinità della natura umana accreditandola in enormi potenzialità. Ogni uomo è
centrale nell'universo e i governi o le costituzioni e perfino le chiese hanno poco significato in
confronto alla vera divinità della natura umana. L’adesione di Emerson al jeffersonismo, all'ideale
dello Stato minimo, è evidente quando esprime tutte le sue preoccupazioni per le possibili
conseguenze tiranniche degli apparati statuali forti ed energici come quelli costituiti da Hamilton
sul finire del 700. Egli cominciò a formare il suo pensiero filosofico e politico all'inizio degli anni 30
dell'Ottocento intraprendendo il suo primo viaggio nel vecchio continente alla ricerca della
saggezza degli autori classici e delle nuove tendenze della filosofia europea. Egli si allontanò dalla
religione tradizionale e si avvicinò ad una religione individuale, propria del trascendentalismo. Per
Emerson occorreva cercare Dio nella magnificenza della natura e ognuno doveva trovare Dio
dentro di sé in quanto parte della natura stessa. In the American scholar, vi è la chiara esortazione
a creare una nuova cultura statunitense capace di trovare in sé nuove ragioni nuovi modi di vita,
l'american way of Life. Emerson crede che il saggio politico americano deve sapere che la società è
fluida e che le istituzioni dello Stato non sono superiori al cittadino. Non sono le leggi a fare le città
o gli Stati e tantomeno una maggioranza può, con il semplice voto di un'assemblea, portare a
compimento grandi modificazioni nell'ambito della religione dell'educazione e nemmeno del
commercio, ma è lo Stato che deve seguire e non guidare il carattere e il progresso del cittadino. La
forma di governo democratica è la diretta conseguenza del fatto che le persone sono identiche per
natura e godono di quali diritti ma i diritti individuali e quelli di proprietà si mescolano e si
intrecciano in maniera indissolubile in qualsiasi epoca storica, motivo per il quale diviene
impossibile formare un governo giusto e fare delle leggi altrettanto giuste trattando separatamente
persone e proprietà. Emerson sostiene che anche se il Principato poteva essere giusto in teoria le
conseguenze evidenti e pratiche si erano rilevate in un abuso consentito di cedi più ricchi su quelli
più poveri. L'individualismo democratico del quale è teorico Emerson risulta essere molto lontano
dall’individualismo del primo liberalismo e per egli il sistema democratico non potrà essere
semplicemente un sistema quantitativo o numerico ma deve sforzarsi di diventare una cultura
morale.
Amicizia politica e forza morale della democrazia
Emerson tende a sottolineare come il principio dell'importanza dell'educazione di tutti gli individui
debba essere alla base della formazione di quei buoni cittadini che dovranno costituire le
fondamenta della società liberale e democratica. Emerson sostiene che il sentimento religioso dei
tempi moderni allo stesso modo di dogville non lascia alcun dubbio sul fatto che la liberal
democrazia sia la migliore forma di governo è la più adatta agli Stati Uniti del diciannovesimo
secolo. L'opportunità di crescita personale che l'America offriva attraverso la diffusione dei lavori
democratici, l'espansione del territoriale e lo sviluppo delle libere relazioni commerciali
costituivano elementi che potevano perfezionare la definizione della ricerca della felicità di matrice
jeffersoniana e diluire la pressione del conformismo in una società democratica così ben
individuata da Tocqueville. Gli uomini saggi dovrebbero fuggire dalla società e dalle sue regole
troppo conformiste e scegliere, come suggerisce lo stesso Emerson nel suo saggio sull'amicizia, la
solitudine, così come fece Thoreau rifugiandosi nei boschi di Walden Pond, è proprio il sentimento
di amicizia e benevolenza nei confronti degli altri che rende il mondo degli individui adatto ad
essere vissuto. Uno degli elementi fondamentali dell'amicizia fra gli individui è rappresentato dalla
tenerezza; Amicizia dovrebbe essere ben piantata nel terreno avere a che fare con la cittadinanza
più che essere in un sentimento astratto e celeste. L'essenza dell'amicizia è possibile riscontrarla
solo nell'integrità nella magnanimità e nella fiducia. Nel saggio sull'amicizia Emerson tende a
rappresentare la stessa amicizia come l'esaltazione della personalità divina dell'uomo; fra gli
elementi che si associano all'amicizia quello più importante è la verità. Il pensiero politico di
Aristotele tende ad esaltare il modello normativo basato sui concetti di amicizia. Il sistema politico
migliore secondo Aristotele è quello basato sulla proliferazione della virtù poiché contribuisce a
mantenere la giustizia e riduce i dissidi fra i cittadini. Aristotele aveva teorizzato che il popolo
avrebbe potuto esercitare buone pratiche di cittadinanza partendo dalla circostanza dell'unità con i
propri cittadini e della buona volontà reciproca; per Emerson è impensabile che solo la forza dello
Stato possa costringere gli uomini ad adempiere dei servizi pubblici essenziali. Quindi il concetto di
amicizia si rifà a tutti coloro che perseguono insieme il raggiungimento di determinati beni o
partecipano insieme ad una determinata attività.
Tocqueville e la debolezza strutturale della democrazia
Tocqueville, nella sezione che egli intitola “Del modo in cui la democrazia americana conduce la
politica estera” del capitolo “governo della democrazia in America”, inizia la sua disanima
sottolineando come la costituzione americana metta esclusivamente nelle mani del presidente e
del Senato la direzione permanente degli affari esteri. Questo aspetto è molto rilevante per
Tocqueville poiché sottrae la materia dall'influenza diretta e quotidiana del popolo, tanto da fargli
sostenere che non è l'elemento democratico a condurre gli affari esteri americani ma quello
aristocratico. Secondo Tocqueville, due tra i più importanti uomini politici americani, Washington e
Jefferson, avevano dato un indirizzo che era stato seguito dalla Federazione statunitense durante
tutta la prima metà dell'Ottocento. Tocqueville sostiene che il buon senso va bene per il cammino
ordinario della società, ovvero per il buon governo esercitato all'interno dello Stato nei confronti
dei propri cittadini ma è insufficiente nei casi straordinari, cioè nei rapporti tra le nazioni; la
democrazia favorisce l'accrescimento delle risorse appartenenti allo stato, diffonde l'agiatezza,
sviluppa lo spirito pubblico, aumenta il rispetto delle leggi e riesce a realizzare l'eguaglianza nella
libertà: sono tutte cose essenziali per il buon andamento del regime democratico all'interno del
proprio territorio, ma sono dannose nel rapporto con gli altri popoli. Un governo realmente
democratico non puoi non deve permettere che si stabiliscano patti o accordi segreti con altri Stati,
cosa che avviene regolarmente nei regimi di dispotici o aristocratici, allo stesso modo un governo
del popolo non può fondare le sue scelte di politica internazionale sulla volontà di potenza e sul
mero realismo politico. Per tutto ciò che riguarda la politica estera il regime aristocratico risulta
essere superiore al regime democratico, poiché, la classe aristocratica non ha un interesse distinto
da quello del popolo e inoltre perché gli esempi storici di Roma e Inghilterra lo dimostrano in
quanto il corpo aristocratico cede raramente alle pressioni irriflessive ed ai sentimenti e su questi
fra prevalere i ragionamenti e i disegni lungamente maturati. Secondo Guicciardini la migliore
forma di governo capace di garantire un'ordinata vita cittadina e un buon approccio nelle relazioni
con gli Stati vicini sia l'aristocrazia moderata, nella quale è prevista la compartecipazione del
popolo agli affari pubblici. Infatti, sostiene Guicciardini, che fra lo “Stato stretto” dei Medici e il
“vivere civile”, cioè la repubblica popolare, è preferibile il governo degli ottimati. Tocqueville, come
Guicciardini, sostiene la superiorità dei regimi aristocratici nelle scelte di politica internazionale;
risulta semplice e dimostrare come i regimi democratici siano strutturalmente più inefficienti
regimi aristocratici nella conduzione della politica estera, soprattutto in questioni di pace o guerra.
Gli Stati Uniti, per Wilson, attraverso la politica estera, si dovevano impegnare a costruire un
mondo sicuro per la democrazia e dovevano promuovere la pace e la libertà nel resto del mondo,
dimostrando così la sua superiorità rispetto ai regimi autoritari.

Capitolo 4
Wilson e Kennedy: Internazionalismo e Nuova Frontiera della democrazia
L’internazionalismo Wilsoniano e i Quattordici punti
La guerra dice secessione americana costituì un vero e proprio spartiacque nella storia e nel
percorso politico istituzionale della Repubblica federale americana. Il conflitto non si sviluppò fra
popoli e nazioni diverse ma fra opposte concezioni di vita cresciute all'interno della stessa nazione,
quindi, risultò impossibile giungere ad una pace senza sconfitta definitiva e totale dell'avversario. Il
futuro presidente degli Stati Uniti, Wilson, aveva appena otto anni quando l'esercito nordista
guidato dal generale Sherman distrusse Atlanta e altre città della Georgia compresa Augusta.
Wilson, pur essendo nato nel nord degli Stati Uniti, abbracciò con entusiasmo la causa sudista, e
così, nel dopoguerra, si ritrovò dalla parte dei vinti ad affrontare la difficile fase della ricostruzione.
La classe dirigente statunitense, in ossequio alla dottrina Monroe (ideata da James Monroe,
contenuta nel discorso sullo stato dell'unione pronunciato al Congresso del 2 dicembre 1823,
esprime l'idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano), si interessava poco di
ciò che accadeva nel resto del mondo in quanto le priorità erano il consolidamento della
democrazia, l'espansione economica, il profitto e il progresso. Con lo scoppio del primo conflitto
mondiale nel 1914, l'amministrazione Wilson si trovava ad affrontare delle sfide che finirono per
trascinare gli Stati Uniti al centro degli avvenimenti mondiali. Gli Stati Uniti furono realmente
coinvolti nel grande guerra soltanto nell'aprile del 1917 e il motivo principale dell'ingresso
statunitense nella prima guerra mondiale fu la guerra sottomarina scatenata dai tedeschi contro le
navi mercantili e i transatlantici britannici. Nonostante la neutralità dei primi anni di guerra le
simpatie americane e della maggioranza del popolo andarono verso i paesi dell'intesa. Nell'ambito
della tradizione liberale, Wilson sentiva particolarmente viva l'idea di costruire fra gli Stati liberi
forme di organizzazioni internazionali come indispensabili per il mantenimento della pace e per la
risoluzione delle controversie internazionali nei settori economici e commerciali. Secondo Kant, il
presupposto fondamentale per il mantenimento della pace universale consiste nella costruzione
repubblicana di tutti gli Stati e la Lega della pace, a differenza del patto di pace, il quale pone
termine una singola guerra, si propone l'obiettivo di porre termine a tutte le guerre per sempre.
Facendo leva su questi principi, Wilson cercava di immaginare una sistemazione internazionale
fondata sull'autodeterminazione dei popoli, sulla diffusione della democrazia, sul libero commercio
e su un'organizzazione mondiale degli stati, la Società delle Nazioni, capace di conservare la pace in
ambito internazionale. Tutti gli stadi dovevano convincersi che bisognava abbandonare il vecchio
sistema dominato da meri rapporti di forza per passare ad una comunità fondata sul consenso dei
governanti, sull’eguaglianza fra le nazioni, sulla libertà dei mari e sulla limitazione degli
armamenti;e solo una pace fra eguali poteva durare a lungo. Egli riscontrò l'accordo pieno da parte
delle élite liberali americane e inglesi, le quali trovavano in queste parole una soluzione giusta per
il conflitto e una nuova speranza per l'avvenire. Nell'estate del 1917 Papa Benedetto XV,
riprendendo le tesi della “pace senza vittoria” espresse da Wilson, fece un forte appello poiché si
ponesse fine all'inutile strage; egli invitava i governi dei popoli belligeranti a cessare le ostilità e a
creare un'intesa per una pace giusta e duratura. Per Wilson, Benedetto XV, non aveva aderito al
fronte dei mediatori di pace soltanto nel 1917, ma già all'inizio del suo pontificato, nel novembre
del 1914, aveva invocato il dono della pace su tutti gli uomini; lo spirito profondamente religioso di
Wilson provava rispetto per l'alta autorità morale del pontefice della Chiesa romana. Wilson, era
spinto da profonde motivazioni religiose ed esprimeva una visione della politica internazionale
della diplomazia ideata dai filosofi dell'illuminismo e del pensiero liberale nel XVIII e XIX secolo. Il
sogno Wilsoniano di un futuro migliore fondato sulla libertà e privo di conflitti fra le nazioni ebbe la
sua piena concretizzazione nei Quattordici punti e nella costituzione della Società delle Nazioni.
L'otto gennaio del 1918 Wilson rendeva pubblico il programma dei Quattordici punti, secondo il
quale Gli Stati Uniti avrebbero condotto le trattative di pace. Fra i punti fondamentali rientravano:
la risoluzione per via diplomatica di tutte le controversie internazionali, la conclusione di
convenzioni di pace palesi e il conseguente ripudio degli accordi internazionali segreti, la libertà
assoluta di navigazione in pace e in guerra, l'abbattimento di barriere doganali, la riduzione degli
armamenti, la nascita di un'associazione generale delle Nazioni avente lo scopo di garantire
l'indipendenza politica e l'integrità territoriale dei grandi e dei piccoli stati. L'enunciazione di
questo programma provocò la reazione entusiastica degli esponenti liberal-democratici di tutti i
paesi coinvolti nella guerra. Il principio fondamentale che caratterizzava il suo progetto era quello
della giustizia per tutti i popoli e per tutte le nazionalità. Molti di questi concetti Wilsoniani erano
considerati utopici da esponenti politici di primo piano dell'inizio del 900 quali Roosevelt e Lodge,
in quanto credevano che la principale linea guida della politica estera americana finiva col
concretizzarsi nella tutela dell'interesse nazionale attraverso il rafforzamento della potenza
economico-finanziaria e militare del paese. I neoconservatori combinano elementi wilsoniani quali
la missionarietà e la diffusione della democrazia ad altri prettamente realisti di tutela dell'interesse
nazionale di unilateralismo e di ridimensionamento del diritto internazionale. La differente vena di
Wilson, e dei Wilsoniani come Roosevelt, viene alla luce nelle proposte di soluzione delle due
guerre mondiali nelle quali sono evidenti i concetti fondamentali di multilateralismo e di
coinvolgimento della comunità internazionale per la pacifica gestione degli affari mondiali. Alla fine
della Prima guerra mondiale il realismo in politica estera ebbe il sopravvento sull’internazionalismo
liberale di Wilson. Il realismo ebbe la meglio sull'idea che il popolo americano dovesse condividere
i propri fini e non separare i propri interessi da quelli di tutti gli altri popoli della terra.
L'isolazionismo americano prevalse sull’internazionalismo fino al momento in cui Roosevelt,
tenendo conto del progetto Wilsoniano dei Quattordici punti e della società delle Nazioni, si fece
promotore della redazione della carta atlantica e della costituzione dell'organizzazione delle
Nazioni unite.
Kennedy e il Muro di Berlino
Il 1963 è considerato un anno estremamente importante, addirittura di svolta per le sorti del
mondo e della guerra fredda. In quell'anno muore Papa Giovanni XXIII; il presidente americano
Kennedy pronuncia il suo famoso discorso ich bin ein berliner e verrà poi assassinato a Dallas il 22
novembre; Martin Luther King tiene la sua orazione I have a dream davanti al Lincoln Memorial di
Washington; In Italia nasce il primo governo Moro con la partecipazione dei socialisti nel mese di
dicembre. Ma in realtà la nostra storia inizia nel 1945 quando la Germania viene occupata e divisa
in quattro zone controllate dagli Stati Uniti, dall'Unione Sovietica, dalla Gran Bretagna e dalla
Francia. Berlino è diviso in due parti, est ed ovest, e la parte ovest diviene una porzione di territori
circondata dalla Germania est. Fino al 13 agosto 1961, l'inizio della costruzione del muro, quasi tre
milioni di tedeschi riuscirono a lasciare la parte orientale per trasferirsi nella Repubblica federale
tedesca.
All'inizio della sua carriera politica, Kennedy viene identificato come un democratico conservatore
discendente di una ricca famiglia del New England, ma alla fine degli anni 50 aveva fatto proprio le
principali battaglie sulle libertà civili, dalla legislazione per eliminare tutte le forme di
discriminazione razziale e alla protezione dei diritti civili, dall'assistenza medica per gli anziani in
regime di previdenza sociale agli aiuti federali all'istruzione. Così Kennedy prese le iniziative che
ponessero fini all'indice alle discriminazioni razziali, creò il comitato di supporto del presidente per
promuovere eguali opportunità nel mondo del lavoro, anche nelle amministrazioni federali e statali
oltre che nelle imprese private. Egli iniziò la sua Presidenza nel 1961 con il brutto affare della Baia
dei Porci, operazione contro il regime di Castro a Cuba, e nel corso del suo mandato non riuscì a
sbrogliare una vicenda, quella del Vietnam. La politica che Kennedy aveva dettagliatamente
tracciato fino alla primavera del 1963 conteneva le linee programmatiche per portare l'America ma
sono innovativo progresso sociale, economico, scientifico e culturale. Il sogno americano doveva
essere raggiunto attraverso nuove promesse e impegni solenni quali la rivendicazione dei diritti
civili per i neri americani.
Il discorso di Kennedy a Berlino
Kennedy il 26 giugno 1963 tenne il suo celebre discorso a pochi passi dal muro di Berlino, discorso
fatto da un Presidente che sia in patria sia in Europa era stato attaccato per il suo progressismo e
per la sua apertura verso la sinistra, e tacciato pertanto di essere egli stesso un comunista. Ciò che
egli voleva esprimere era in linea con la migliore tradizione liberale, democratica e progressista del
pensiero politico americano e allo stesso tempo indicatore di uno strenuo contrasto
all'oppressione totalitaria. Il discorso poteva essere racchiuso in un solo importante concetto: la
difesa della città aperta e la lotta senza quartiere ai suoi nemici. Possiamo individuare almeno 5
categorie di interlocutori ai quali Kennedy pensava di rivolgersi con le sue parole a Berlino ovest:
per prima cosa volevo esprimere un incoraggiamento ai cittadini di Berlino; in secondo luogo si
rivolgeva e certamente sfidava Nikita Kruscev e l'Unione Sovietica; in terzo luogo intendeva parlare
al proprio elettorato interno; in quarto luogo parlava agli Stati europei e soprattutto al generale De
Gaulle, il quale si stava opponendo alla strategia politica americana; in quinto luogo voleva parlare
ai popoli europei e al popolo americano. Con le parole pronunciate in una città come Berlino,
Kennedy intendeva riconnettersi alla più genuina tradizione liberal-democratica statunitense che
va da Jefferson a Lincoln, da Wilson a Roosevelt.
Kennedy nella visita in Italia ebbe con luoghi con Fanfani e Nenni, incontrò al Quirinale Togliatti e
diede il suo consenso per la nascita del primo governo di centrosinistra organico guidato da Aldo
Moro.

Capitolo 5
Sturzo e Moro: dal popolarismo al cattolicesimo democratico
Sturzo fu fondatore e segretario del Partito Popolare Italiano, partito che ha avuto il merito storico
di consentire la partecipazione e la rappresentanza di una massa di cittadini fino a quel momento
esclusi dalla vita politica del nostro paese. La sua esistenza è stata bruscamente interrotta in un
momento nel quale il quadro istituzionale italiano era degenerato da una piena deriva autoritaria.
Nel 1919 il Partito Popolare Italiano era già popolare e di massa, seppur di massa dimezzata, così
come il sistema politico allora permetteva considerato il suffragio soltanto maschile, che ambiva
però a rappresentare una parte considerevole del popolo italiano, anche da parte femminile, e nel
suo programma vi era un obiettivo fondamentale da raggiungere, ovvero l'introduzione del
suffragio universale. Sturzo aderì al programma dei Quattordici punti, enunciato da Wilson nel
1918.
Il manifesto del popolarismo sostiene un nuovo modello di relazioni internazionali, il cui successo
sarebbe stato legato all'affermazione dei sistemi democratici. L'idea del presidente statunitense di
un nuovo ordine mondiale di rapporti internazionale non più fondati sulla mera politica di potenza
ma sul libero commercio internazionale, sugli accordi di pace palesi, sull'autodeterminazione dei
popoli sulla nascita della Società delle Nazioni era fatta propria nel programma politico del nuovo
partito con parole molto simili a quelle scritte da Wilson. La sintesi operata tra il pensiero di Papa
Benedetto XV e il programma di pace di Wilson, si trova nell'appello e nel programma del partito
popolare.
Sturzo e i Congressi del P.P.I.
L'argomento fondamentale che venne sviluppato nel primo Congresso del partito convocato a
Bologna nel giugno del 1919 fu la necessità di definire le finalità cristiane con il popolarismo per
fronteggiare efficacemente il laicismo del movimento liberale e l'aggressività antireligiosa del
socialismo. Sturzo però cerco di argomentare come non fosse opportuno per un partito chiamarsi
cristiano. Il partito uscito dal primo Congresso con una linea politica chiara di impostazione circa
l'autonomia del popolarismo e di affrancamento delle vecchie consorterie clerico-moderate. Sturzo
si batte molto per una riforma della scuola che avesse come capisaldi la libertà e l'autonomia
scolastica, l'accentuazione del suo carattere popolare e democratico e l'introduzione dell'esame di
Stato (congresso di Napoli). La problematica più spinosa da affrontare fu quella della politica
agricola; venne posta una riforma agraria che tutelasse maggiormente la piccola proprietà terriera
soprattutto al sud.

Sturzo e la lotta al fascismo


Nel Congresso di Torino del 1923, la volontà di Sturzo fu quella di sostenere il sistema
rappresentativo contro le forze politiche che lo minacciavano costantemente. Occorreva che il
Parlamento riprendesse appieno quella funzione legislativa che il fascismo tendeva sempre più a
svuotare fino a intaccare in profondità tutte le libertà istituzionali. A Sturzo premeva sottolineare
che per il popolarismo, differenza del fascismo, l'istituzione statuale non tende a sopprimere i
diritti naturali dell'uomo, ma al contrario li riconosce e li tutela. Già nell'aprile del 1923, un anno
prima del delitto Matteotti, Sturzo aveva individuato la vocazione totalitaria del fascismo ovvero
quella dottrina extraparlamentare fondata sullo stretto rapporto tra partito, governo e Stato.
Grazie all'azione di Sturzo e del partito popolare sono penetrate anche nel mondo cattolico alcune
idee programmatiche del cattolicesimo democratico. In questo complesso contesto storico gli
errori di strategia politica commessi possono farsi maggiormente ricondurre al senso della misura
personale e alla considerazione sull'importanza della vita e delle istituzioni, elementi che non
sembrano più in alcun modo albergare nella stragrande maggioranza degli uomini politici
dell'epoca storica nella quale stiamo vivendo.
Aldo Moro e lo Stato
Per Aldo Moro lo Stato, il diritto e la legge rappresentano dei mezzi a servizio dell'unico vero fine: il
bene comune. Moro fu un uomo di Stato. Per Moro questo non rappresento mai nient'altro se non
un mezzo, uno strumento, con il quale adempiere il proprio compito, cioè quello di servire l'uomo
e la comunità. Per questo motivo Moro attribuì sempre maggior valore ogni singolo individuo
piuttosto che allo Stato. La sua coerenza al principio forte della superiorità dell'uomo sullo Stato
sembrò essere, nella circostanza fatale del suo rapimento, una non eroica difesa della propria
esistenza, unita alla contemporanea delegittimazione della forza dello Stato.
La società civile e il ruolo dello Stato
Lo stato è un mezzo che l'uomo deve utilizzare per realizzare una migliore convivenza civile, l'uomo
non è subordinato agli interessi dello Stato e tantomeno agli interessi a volte oppressivi del suo
gigantesco apparato burocratico. L'importanza delle tesi di Moro riguardo al concetto della
funzione dello Stato non ha forte valenza solo per l'alto profilo politico del personaggio ma anche
per la profondità di pensiero dello studioso di filosofia del diritto e appassionato dell’Assemblea
costituente. Moro si soffermava sulla necessità di abbandonare la concezione dello Stato totale
facendo riferimento alla visione personalistica e comunitaria che conduceva inevitabilmente alla
democrazia integrale, nella quale la persona umana nella sua singolarità diventasse il punto di
riferimento della nuova organizzazione sociale e statale. Moro sosteneva che la persona umana
rappresentasse il principio e la fine dell'esperienza giuridica riducendo il diritto all'etica. Il diritto
naturale, nell'idea morotea della giustizia, il diritto positivo per eccellenza rovesciando l'asserzione
comune al giusnaturalismo cristiano nella conformità del diritto positivo al diritto naturale, pena la
non esistenza del diritto stesso. La vera anima dello Stato moderno dovrebbe risiedere nella
socialità più che nella sua eticità, inoltre nello stato non si possono esaurire tutte le esperienze
sociali, al contrario, nella concezione pluralistica della società civile elaborata da Moro, la famiglia è
il sindacato e le altre associazioni devono restare distinte dallo stato stesso. In definitiva Moro
individua ed enumera le esperienze sociali diverse dallo Stato.

Il contributo di Moro all’Assemblea costituente


Aldo Moro venne eletto all’Assemblea costituente il 2 giugno del 1946. La sua candidatura era
sollecitata dalle gerarchie ecclesiastiche che comprendevano la necessità della partecipazione del
mondo cattolico alla vita politica attiva in una fase storica che avrebbe determinato per molto
tempo gli equilibri di potere tra partiti che avevano partecipato alla lotta di liberazione. Egli diede
un contributo a determinare i lavori dell’Assemblea costituente; si occupò principalmente di
elaborare le norme che riguardavano i diritti e i doveri dei cittadini e i rapporti socioculturali. Egli
chiarì cosa intendesse per dignità della persona umana, per importanza del ruolo delle
aggregazioni e delle associazioni all'interno della società civile e specifica quale dovesse essere il
compito di uno Stato sempre rispettoso dei diritti dei cittadini e delle formazioni sociali. Risultava
fissare in maniera chiara in costituzione, a giudizio di Moro, la natura repubblicana e democratica
dell'Italia, ma occorreva spiegare anche che il nuovo stato intendeva promuovere con ogni mezzo i
valori di libertà e giustizia sociale. Alla dignità dell'uomo ma ora accostava la dignità del lavoratore.
La difesa del diritto dei lavoratori operare si coniugava nel suo pensiero con la difesa degli interessi
generali della collettività. Gli sforzi di Moro negli anni della costituente e poi a partire dal 1963
sono valsi a rafforzare le basi sociali della democrazia italiana e a convincere il partito
democristiano che occorresse costruire una società e un sistema democratico compiuto e
definitivamente partecipato. Il garante di questo nuovo sistema politico non poteva che essere il
nuovo presidente della Repubblica nella figura, quasi certamente, di Aldo Moro.

Capitolo 6
MacIntyre e Dahl: comunitarismo e pluralismo
Il concetto moderno di repubblicanesimo presuppone che un regime libero si fondi su
l'identificazione patriottica dei propri cittadini. Il tema del rapporto fra eserciti popolari e
mantenimento della libertà fu una delle tesi fondamentali del pensiero machiavelliano. Per
Machiavelli un governo libero non può essere mantenuto quando la gran parte del popolo è presa
dalla corruzione poiché l'assenza di virtù civica determina le condizioni per la perdita della libertà.
A giudizio di MacIntyre, le categorie machiavelliana e di patriottismo e libertà politica servono a
delineare una forma di governo democratico-repubblicana nella quale la virtù dei cittadini è
condizione indispensabile per l'affermazione del bene comune. MacIntyre, ha contribuito
nell'impresa di rinverdire anche nel mondo anglosassone nella tradizione filosofica aristotelica,
alimentando un dibattito che sta proseguendo fino ai giorni nostri. Cerca di elaborare una teoria
filosofica e politica nella quale il declino della cultura moderna è spiegato attraverso l'affermazione
del soggettivismo e del relativismo dei valori. La necessità dell'abbandono dell'etica aristotelica
comporta il costante indebolimento delle appartenenze comunitarie e del pluralismo. Da queste
considerazioni nasce la critica comunitarista al liberalismo. MacIntyre possiede una visione
comunitaria della morale con quale cerca di combattere ogni individualismo ed eccesso
soggettivistico; l'idea che l'individuo debba sfuggire alle particolarità morali di una data comunità
emarginandosi in un sistema di massime totalmente universali che appartengono all'uomo in
quanto tale, rappresenta, secondo MacIntyre, soltanto un'illusione che genera conseguenze
fortemente negative.
Patriottismo e repubblicanesimo
Il patriottismo rappresenta, nell’interpretazione di MacIntyre, una vera e propria virtù morale. Ogni
buon cittadino deve sempre avere come obiettivo fondamentale della sua esistenza la difesa della
patria e della libertà. La Repubblica, riteneva Machiavelli, è l'unico tipo di regime sotto il quale una
comunità possa sperare di raggiungere la grandezza, garantendo allo stesso tempo ai suoi cittadini
la libertà individuale. I cittadini della Repubblica devono possedere sia il coraggio per difendere la
comunità sia la prudenza per partecipare attivamente al governo. Il concetto di patriottismo oggi
può avere una valenza altamente positiva per alcuni e fortemente negativa per altri. Sia nell'età
classica sia nell'età moderna il patriottismo è stato spesso identificato con la virtù ma dalla
seconda metà del ventesimo secolo questo concetto è stato individuato anche come vizio, ho
posto alla virtù. È fondamentale distinguere il patriottismo da atteggiamenti che vengono
identificati come patriottici ma che non possono essere considerati tali, ad esempio vi sono coloro
che credono che la loro nazione abbia una superiorità morale sulle altre. Il patriottismo non deve
essere mai confuso con una sconsiderata fedeltà alla nazione senza tener conto delle sue
caratteristiche peculiari e delle sue realizzazioni; questo fa parte di quelle virtù che comportano
fedeltà, ovvero una relazione solida e non provvisoria, un rapporto duraturo fra l'individuo e la
società. Secondo MacIntyre, questa è una delle differenze fondamentali con la morale impersonale
propria del liberalismo moderno, il quale reclama una neutralità. La moralità del patriota consiste
nel negare la storia della comunità con il futuro che intende realizzare; per il patriota un paese che
è in maniera sistematica ripudiare la propria storia rappresenterebbe l'esempio tipico di una
nazione nella quale ogni forma genuina di patriottismo finirebbe con l'essere un atteggiamento
illogico e ingiustificabile.
Libertà politica e autogoverno
Ancora oggi i cittadini sono soliti sostenere il patriottismo del giusto, che si identifica con la difesa
dei valori di libertà e con l'avversione a tutte quelle azioni che tenderebbero a limitarne la portata.
Hannah Arendt sosteneva che la libertà politica può essere intesa come l'abitudine e la possibilità
che gli uomini hanno, come cittadini, di agire liberamente. Sarebbe possibile realizzare una valida
alternativa al liberalismo contemporaneo solo sei cittadini riuscissero ad esercitare la propria
libertà politica all'interno della loro comunità. Secondo i pensatori repubblicani l'ideale della
libertà politica si può concretizzare solo in quelle comunità che siano in grado di sviluppare forme
di vita sociale e comuni interessi pienamente riconoscibili da tutti i cittadini. Secondo Taylor, la
virtù civica può essere identificata essenzialmente con il patriottismo e con l'immedesimazione di
ciascun cittadino con gli altri cittadini per il raggiungimento di un'impresa comune. Il sentimento
patriottico dei cittadini all'interno di una società libera deve riuscire a coltivare l'orgoglio per delle
istituzioni che si in grado di determinare una libertà dotata di significato, una libertà che
salvaguardi la dignità degli stessi cittadini, stimoli il loro la virtù e la ferma volontà di realizzare
l'autogoverno.
La poliarchia nell’interpretazione di Dahl
Il pluralismo democratico americano che Dahl da un lato ha ammirato e dall'altro criticato, è
sempre stato oggetto delle sue speculazioni scientifiche partendo dal modello che ha dato vita alla
Repubblica federale americana con la Costituzione del 1787, vale a dire il modello pluralista
elaborato da Madison. Uno dei dibattiti più interessanti che si trova nell'opera democracy and its
critics del 1989, si svolge nell'ambito dei problemi del processo democratico fra due personaggi
James e Jean Jacques che sostengono tesi opposte. Secondo il primo la vera democrazia si dispiega
solo se esiste pluralismo sociale, politico, istituzionale organizzativo; per il secondo la democrazia
prospera soltanto dove è possibile conservare una visione unitaria del bene pubblico: la
democrazia diretta realizzata in stati di piccole dimensioni. Ma a giudizio di Madison, e in ciò Dahl è
pienamente d'accordo, i piccoli stati democratici avevano fallito perché non erano riusciti a
neutralizzare lo spirito di fazione. Dahl contrappone in maniera chiara la democrazia Madisoniana
di tradizione nordamericana al modello populista di ispirazione roussoniana per giungere a un
terzo modello democratico che definisce poliarchia. Mentre nel modello di Madison viene esaltato
il compromesso tra il potere della maggioranza e quello delle minoranze per evitare la tirannia
della maggioranza stessa, nella democrazia populista vengono valorizzati principi di sovranità
Popolare di eguaglianza politica. In Pluralist Democracy in the United States: conflict and consent
del 1967, Dahl cerca di esporre in che modo e per quale ragione sia emersa una democrazia
pluralista nel continente americano; dal momento che un centro di potere tenderà a controllare
l'altro il potere stesso sarà elargito, controllato e limitato su livelli umani decenti, mentre la forma
più cattiva del potere, la coercizione, sarà ridotta al minimo. La definizione di concetto di
pluralismo costringe Dahl ad utilizzare una differenziazione tra il pluralismo conflittuale e quello
organizzativo. Nel primo occorre identificare le fratture politico-economiche e i conflitti che
insistono in una determinata società; nel secondo individua il numero e l'indipendenza delle
organizzazioni che articolano il conflitto. La poliarchia risulta piena di lacune e difetti, infatti questa
forma di democrazia rappresentativa contemporanea pur ostacolando in maniera efficiente la
tirannia della maggioranza ha portato al dominio delle minoranze. Nonostante ciò, risulta essere la
forma migliore di democrazia procedurale. Tornando ai due personaggi secondo Jean Jacques la
poliarchia non si rivela altro che un pietoso surrogato della democrazia reale, infatti nessun
governo dalle dimensioni di uno stato può essere davvero democratico. La democrazia, nel senso
classico del termine, significava diretta partecipazione dei cittadini; ho la democrazia era
partecipativa, o era una semplice farsa. La libertà di parola, l'eguaglianza di voto, la libertà di
informazione ed espressione, il diritto di associazione sono tutti i diritti necessari per denominare
democrazia in un regime politico. Tuttavia, la presenza dei diritti primari non è stata nel corso dello
sviluppo storico una condizione sufficiente per far giudicare pienamente realizzato un regime
democratico. Il rischio che Dahl prende in considerazione la presenza di gravi ineguaglianze sociali
nelle poliarchie contemporanee. A giudizio di Madison, a differenza di ciò che aveva sostenuto
Montesquieu, la migliore forma di governo di un grande stato è il governo repubblicano. A
condizione che la struttura politica sia fondata sul federalismo e sul sistema della rappresentanza
per evitare un'ipotesi di governo arbitrario è fondamentale che ci sia una divisione orizzontale ma
anche una ripartizione dei poteri verticale. Lo scopo da raggiungere è la costituzione di una
Repubblica non tirannica. Ciò si può realizzare soltanto se le maggioranze e le minoranze vengono
pesate con la stessa bilancia.
Pluralismo, bene comune e diritti democratici
In una Repubblica democratica occorre avere una forte omogeneità tra tutti i cittadini e inoltre per
essere virtuosi devono avere interessi convergenti e un'analoga concezione del bene pubblico. Ma
proprio le diverse tensioni e i differenti interessi costituiscono i fondamenti della moderna
poliarchia americana. Le prime avvisaglie di questo pluralismo sociale si cominciavano già ad
avvertire all'epoca dello scontro tra federalisti e repubblicani. Questi contrasti sociali e conflitti di
interesse non sfociarono in anni delle lotte civili ma diventarono la forza della democrazia
americana. La cooperazione sociale può avere origine dalla forte predisposizione alla benevolenza
e all'altruismo, ma Dahl non riviene tutto ciò possibile nelle moderne forme istituzionali di
pluralismo democratico. John Rawls cerca di superare l'utilitarismo classico ponendo il concetto di
contratto a fondamento della giustizia pubblica; si possono individuare due principi di giustizia
distributiva accettati da tutti gli esseri razionali: 1 rispettare e garantire i diritti democratici a
qualunque costo; 2 prima di permettere vantaggi agli altri e sicura arsi che gli interessi dei meno
favoriti siano protetti. Ma questi principi non sono affatto accettati dei legislatori; Dahl sostiene che
la teoria della giustizia di Rawls si colloca al di fuori della storia e che la sua intenzione sia quella di
presentare una struttura razionale che possa essere accettata. Un'altra risposta possibile
all'individuazione della cooperazione sociale in vista del raggiungimento del bene pubblico è stata
elaborata dai teorici del comunitarismo, in cui vi è la centralità della virtù dei cittadini associata
all'idea di governo repubblicano. Essendo impossibile utilizzare le teorie liberali ed egoistiche come
la dottrina della virtù civica nelle moderne democrazie non omogenee e conflittuali, Dahl elabora
la soluzione della politica della civiltà robusta, la quale comporta la difesa di principi di civiltà e
generosità nettamente più elevati rispetto alle teorie dell'egoismo. Fra i sostenitori della civiltà
robusta Dahl inserisce: Machiavelli, Adam Smith, Montesquieu, Hume, Ferguson virgola che pur
non avendo una teoria comune presentano, a suo giudizio, simili elementi di riflessione. La
proposta di Dahl risulta essere un'integrazione un adattamento della teoria repubblicana classica
per farla coincidere con la soluzione della democrazia pluralista il ventesimo secolo e allo stesso
tempo un pieno ripudio della teoria dell’iper-egoismo. I buoni principi morali sono indispensabili
per migliorare le forme di democrazia contemporanea e i cittadini devono essere né altruisti né
troppo egoisti ma devono essere resi buoni abbastanza da abbastanza buone istituzioni.
Certamente nessun governo in quanto strumento umano potrà mai essere perfetto, ma rispetto a
tutte le altre forme di governo è preferibile il governo repubblicano perché è il meno imperfetto
punto la costituzione americana nel corso dei due secoli è migliorata per tasso di democraticità
anche se permangono alcuni vizi antidemocratici duri a morire. Il rimedio per Dahl consiste nel far
sì che tutti i cittadini americani riescono a raggiungere la maggiore uguaglianza politica possibile.
Per essere pienamente democratico uno stato dovrebbe assicurare che tutti, o almeno la maggior
parte siano in possesso dei diritti di cittadinanza, di libertà, opportunità di effettiva partecipazione
e uguaglianza di voto. Il governo rappresentativo basato sul demos allargato ha contribuito in
maniera decisiva a far realizzare la moderna concezione di un maturo e solido repubblicanesimo
democratico.

Potrebbero piacerti anche