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Riassunto-Titanic - Riassunto Titanic. Il Naufragio Dell'ordine Liberale Riassunto-Titanic - Riassunto Titanic. Il Naufragio Dell'ordine Liberale

Il documento analizza l'ordine internazionale liberale, nato dopo la Seconda Guerra Mondiale, fondato sulla leadership degli Stati Uniti e su istituzioni come le Nazioni Unite e il Fondo Monetario Internazionale. Esamina le tensioni tra dimensione politica ed economica del liberalismo, evidenziando come il compromesso tra democrazia e mercato abbia favorito l'economia a scapito della democratizzazione. Infine, discute il crollo del Muro di Berlino e l'emergere di un mercato globale, evidenziando il cambiamento di paradigma tra i fautori del mercato degli anni '40 e quelli degli anni '80.

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Riassunto-titanic - Riassunto Titanic. Il naufragio dell'ordine


liberale
scienze politiche (Università degli Studi di Firenze)

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Riassunto Titanic

Relazioni internazionali (Università Cattolica del Sacro


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Riassunto – Titanic, il naufragio dell’ordine liberale


Parte prima

1) Titanic, ovvero l’ordine inaffondabile

1. Le origini e i fondamenti dell’ordine internazionale liberale

L’ordine internazionale liberale è l’insieme di principi e istituzioni attraverso i quali il sistema


internazionale è stato governato a partire dal secondo dopoguerra. Esso era fondato sulla leadership degli
USA ed era esercitato attraverso 5 istituzioni principali (Nazioni Unite, Fondo monetario internazionale,
Banca Mondiale, Accordo generale sulle tariffe e sul commercio e l’Alleanza atlantica); esso ha inoltre
garantito lo sviluppo economico e la sicurezza politica di gran parte del mondo durante la Guerra Fredda.
La sua ideazione risale alla Seconda Guerra Mondiale in sostituzione dell’ordine che venne spazzato via
dal conflitto in corso.
Questo nuovo ordine aveva principalmente due preoccupazioni:
I. Ricostruzione di una struttura istituzionale a vocazione universale e generalista che potesse
sostituire la Società delle Nazioni (i principi che avevano ispirato la sua costruzione andavano
salvaguardati) -> su queste premesse nacque la Società delle Nazioni Unite, che avrebbe
dovuto accogliere tutti gli Stati che ne avessero condiviso i seguenti principi:
- Limitazione dell’uso della forza per ragioni difensive
- Obiettivo della sicurezza collettiva
- Uguaglianza tra tutti gli Stati
- Rispetto della sovranità unito al diritto dell’autodeterminazione dei popoli
Essa inoltre prevedeva la collocazione al governo dell’organizzazione delle potenze vincitrici
della guerra: USA, URSS, Cina e Gran Bretagna integrate dalla Francia.
Il tessuto giuridico con il quale vennero create le Nazioni Unite era di fabbricazione americana e la
convivenza tra il principio di uguaglianza e quello di realtà fu ciò che consenti all’ONU di
sopravvivere nonostante il divampare della Guerra Fredda. Inoltre, va osservato che negli anni
della competizione bipolare USA-URSS il ruolo delle Nazioni Unite fu fondamentale per offrire sia
un luogo che un codice di comunicazione istituzionalizzati e permanenti al fine di facilitare la
convivenza pacifica tra nemici della nuova era nucleare.
Solo con la fine della GF e il conseguente collasso dell’URSS parvero realizzabili gli obiettivi
dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Nella breve stagione di dominio “unipolare”, dove gli USA non avevano rivali in grado di colmare il
gap politico, militare ed economico, l’obiettivo di un nuovo ordine mondiale parve perseguibile; e il
non essere riusciti a perseguirlo rappresentò un grande spreco di opportunità.
II. Una volta finita la guerra venisse evitato il riproporsi dello stesso schema che negli anni ’30 aveva
portato alla formazione di blocchi economici chiusi e al protezionismo commerciale (causa della
grave crisi del 1929 e al contempo complice delle vittorie del fascismo e dell’ultranazionalismo).
Alcune misure vennero attuate per scongiurare questo pericolo (: Accordi di Bretton Woods del
1944, l’istituzione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, la stipulazione
dell’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio) che in seguito alla dicotomia Est-Ovest,
vennero limitate ai paesi del “mondo libero” (= a tutto il mondo non comunista). Infatti, si
interessarono all’ordine internazionale liberale una serie di regimi politici che tutto potevano
definirsi fuorché liberali; inoltre all’interno dei quali vigeva la tutela della proprietà privata, ma
erano accumunati dal consentire l’accesso internazionale al proprio mercato e alle proprie risorse.
Tale precisazione ci fa comprendere un aspetto rilevante dell’ordine internazionale liberale: era presente
una tensione tra la dimensione politica e quella economica del liberalismo -> evidente particolarmente
nella sua declinazione internazionale, nei rapporti tra centro e periferia (risolta decisamente a favore del
primo sulla seconda e della dimensione economica sulla politica).

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Ciò implica che l’ideale liberale cosmopolita di rendere sempre meno rilevante la valenza partitoria dei
confini statali, riducendo così la ricorrenza delle guerre attraverso la diffusione delle istituzioni
democratiche e del libero commercio, era in realtà già dall’inizio un compromesso di natura realista. In
questo compromesso ciò che veniva sacrificato era il sostegno alla democratizzazione, mentre il punto
irriducibile della proposta liberale era rappresentato dall’apertura alla penetrazione economica di tutti
gli spazi politici. Solo con la fine della GF in Occidente il compromesso tra democrazie e mercato
divenne a vantaggio del secondo a scapito quindi della democrazia.
Preso atto di un’impossibilità di convivenza pacifica con l’URSS gli obiettivi della Carta Atlantica – stilata da
Churchill e Roosevelt nel 1941 – vennero recepiti nel Trattato dell’Atlantico del Nord, che istituiva l’Alleanza
Atlantica, e che ha costituito la principale garanzia di sicurezza per i paese europei, lo strumento
dell’esercizio della leadership americana in Europa e nel Mediterraneo e l’istituzionalizzazione permanente
della relazione privilegiata tra le democrazie occidentali.
Inoltre proprio da una preoccupazione americana nei confronti di un’Europa politicamente ed
economicamente frammentata nacque la spinta di Washington a favore un’unificazione europea, alla
quale gli stessi paesi europei seppero dare autonomia e risposta attraverso l’istituzione della Comunità
economica del carbone e dell’acciaio (CECA), dell’Agenzia atomica europea (EURATOM), del Mercato
comune europeo (MEC), della Comunità economica europea (CEE) e infine della Comunità europea (CE) e
dell’Unione europea (UE).
La sinergia tra l’unificazione europea e la formazione di tutte le istituzioni dell’ordine internazionale liberale
volte alla leadership americana avversarono a lungo tutti i paesi di matrice comunista, fino a che essi
capirono che un’Europa unita avrebbe allentato il legame con l’America.
Lo sviluppo successivo del processo di unificazione europea avrebbe in parte smentito tanto chi temeva
quanto chi auspicava un allargamento dell’Atlantico.
Da un lato alla maggior soggettività politica che l’Europa avrebbe potuto acquisire attraverso
un’unificazione, corrispose la ripresa della leadership americana post GF. Dall’altro gli USA avrebbero
neutralizzato il potenziale problema di un’Europa affrancata dalla loro tutela politica, attraverso la sua
cattura economica -> rinuncia europea a proseguire la via di un’economia di mercato e del capitalismo.
Oltretutto, l’insieme delle istituzioni formatesi negli anni conferì agli USA il “potere strutturale”, ovvero il
potere di dare forme alle strutture dell’economia politica globale, per quanto riguarda il controllo
finanziario, della sicurezza, della produzione e della conoscenza. Nel rapporto tra gli Stati Uniti e l’Europa
occidentale postbellica, la dimensione finanziaria del potere era assicurata dal Sistema di Bretton Woods;
la dimensione securitaria dalla costituzione di una protezione nei confronti dei paesi europei; la
dimensione della produzione dal fatto che sui mercati europei del dopo guerra venissero rivenduti prodotti
dell’industria americana.
Avendo, inoltre, durante la GF convissuto col bipolarismo sovietico-americano e strutturato tutta quella
parte di mondo non comunista, l’ordine liberale internazionale poteva definirsi un sistema globale che ha
preceduto l’avvento della globalizzazione e l’ha resa possibile.
Nessuno mise in dubbio che l’interdipendenza economica e finanziaria globale venuta fuori prima di quel
conflitto, avesse una duplice natura:
a) Aveva ampliato le opportunità di crescita del sistema economico internazionale
b) Aveva evidenziato le contraddizioni tra la nuova fase che lo sviluppo economico capitalista
andava conoscendo e la tenuta dell’assetto sociale che il sistema politico e istituzionale liberale di
fine ‘800 non riusciva a governare.

Il successo delle ideologie autoritarie inclusive e totalitarie (= fascismo e comunismo) era stato lo scotto
che il liberalismo di inizio ‘900 aveva dovuto pagare a causa della sua incapacità in includere politicamente
quelle masse necessarie al funzionamento e allo sviluppo del circuito economico. Era quindi necessario far
sì che il dissesto economico non mettesse in pericolo la libertà degli individui. Allo stesso tempo però non
si intendeva consentire che il perseguimento dell’obiettivo della crescita economica mettesse in
discussione le libertà fondamentali e i diritti degli esseri umani.
Anche l’America aveva sperimentato una duplice crisi; economica e finanziaria (= la Grande Depressione) e
politica (= espulsione dal circuito politico del popolo evocato nel Preambolo della Dichiarazione di
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indipendenza del 1776). -> conseguenza: elitarizzazione del sistema politico, che avrebbe favorito distorsioni
del circuito economico attraverso l’impossibilità di costruire le istituzioni e le norme necessarie. Fu grazie a
F.D. Roosevelt che negli USA si intraprese il tentativo di reazione a questo stato di cose, egli vi riuscì grazie
ai die grandi shock catalizzatori della Depressione e della 2GM. Proprio in quel periodo si era sviluppato un
movimento populista, con l’obiettivo di contrastare la percezione diffusa che il meccanismo elettorale fosse
stato svuotato nella sua capacità di rendere i governanti responsabili verso i governati.
Inoltre, in seguito alla consapevolezza della necessità di monitorare costantemente il rapporto tra
democrazia e mercato, risuona il famoso discorso rooseveltiano del 1941 sulle quattro libertà:
1. Libertà dal bisogno -> nome americano dell’uguaglianza dopo la Grande Crisi e il varo del
New Deal.
2. Libertà di parola e di espressione
3. Libertà di culto
4. Libertà dalla paura
Per venire fuori da questa crisi Roosevelt tornò allo spirito egalitario inscritto nelle origini della
Repubblica, lo attualizzò collocando la libertà dal bisogno e quella dalla paura accanto alle altre più
tradizionali.
Roosevelt però di paura non aveva, infatti decise di riformare il sistema economico per consentirne la
ripresa. Negli anni del boom del dopoguerra l’economia riprese a crescere così come era avvenuto prima
della Grande Depressione.
Proprio in seguito a queste dinamiche gli artefici dell’ordine internazionale liberale non nutrivano illusioni
nelle capacità autoregolative del mercato, a causa anche della crisi del ’29 che aveva evidenziato tutte
insufficienze del mercato e i danni che un mercato finanziario mal regolato poteva causare. La cosa
fondamentale è che a un mercato mondiale corrispondesse una struttura di governance solida e solo
attraverso un accorto sistema di regole sarebbe stato possibile evitare che un mercato globale potesse
prendere il sopravvento su democrazie locali.
Grazie all’ordine internazionale liberale si è creato lo spazio politico ed economico che ha permesso
all’Occidente di prosperare, esso ha inoltre consentito la protezione sociale che avrebbe garantito una
crescita economica ordinata e lo sviluppo del “liberalismo vincolato” che creava free-market societies (=
assetti sociali e istituzionali che perseguivano il welfare state) oltre ai liberi mercati. Questo faceva in
modo di preservare un equilibrio di lungo periodo tra le esigenze della competizione economica e quelle
dell’ordine sociale, consentendo al secondo di adattarsi alle necessità di sviluppo della prima e alla prima
di non distruggere l’assetto su cui si fondava e che la rendeva possibile. Il risultato era: realizzazione di un
capitalismo che rendesse vera la profezia di una “distruzione creatrice” consapevoli della necessità di
preservare le virtù che possono consentire la nascita, sopravvivenza e la crescita del mercato.

2. Il crollo del Muro: l’espansione e il tradimento dell’ordine internazionale liberale

Il rafforzamento del mercato e il suo ampliamento sono fatti positivi se e in quanto consentono il
maggiore benessere del maggior numero di persone possibile, all’interno di soglie di disuguaglianza
accettabili che premino il merito individuale, l’intraprendenza, l’intelligenza, l’audacia, l’innovazione e che
sappiano anche tutelare i mediocri, i perdenti e i più deboli. La tutela del mercato non costituisce un bene
finale perché la procedura con cui si organizza la produzione e la distribuzione di merci e servizi non
rappresenta un valore in sé. La democrazia invece non va giudicata dagli esiti perché incarna il valore
dell’uguaglianza tra i cittadini e della naturale parità di diritti riconosciuta e tutelata dalla legge. Al
contrario un sistema di organizzazione della produzione e della distribuzione di beni o servizi non può
pretendere di essere giudicato dagli esiti.
Quando nel 1989, col crollo del Muro, la possibilità di creare un mercato globale divenne realtà, la
situazione era ben diversa da quella degli anni ’40. I nuovi fautori di un mercato globale erano coloro che
in passato sostenevano la deregulation e la ritirata dello Stato dal sistema economico (= politiche di
Margaret Thatcher e Ronald Reagan).

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Caratteristiche Progetti politici


Fautori del mercato degli Ampliamento sostanziale e
anni Quaranta Erano progressisti e vedevano sistematico della democrazia
la diffusione del mercato e liberale
della libera concorrenza come
uno strumento per consentire
che anche coloro che avevano
sempre avuto poco, potessero
avere abbastanza

Fautori del mercato degli Sostanziale chiusura oligarchica


anni Ottanta Erano dei conservatori,
interessati a ripristinare le
condizioni favorevoli
all’accumulazione del capitale.

Con la nascita di un mercato globale si andarono però a ridurre le strutture, la ratio e gli obiettivi di
controllo del sistema economico. Le regole vennero abbandonate e aggirate, mentre il mercato venne
interpretato come una pretesa istituzionale naturale, analoga alla famiglia. Si tratto dell’esito delle
esperienze diverse che avevano plasmato le concezioni e le strategie dei fautori del New Deal e quelle dei
sostenitori della global economy. I secondi si erano confrontati con la progressiva ossificazione delle
economie sviluppate che dovevano essere “liberate” dagli eccessi di una cattiva regolamentazione.
La dimensione del nazionalismo e più in generale la messa in discussione dei valori liberal che avevano
caratterizzato il decennio precedente era parte integrante di quella rivoluzione conservatrice che avrebbe
portato alla fusione tra il neoliberalismo economico e il neoconservatorismo politico e culturale, ovvero
quel patto cruciale che sarebbe stato fondamentale per includere nel progetto del nuovo ordine mondiale
il ceto medio e basso, che avrebbero favorito sotto diversi aspetti la classe dominante. L’esito finale è
stato quello di impossessarsi dello stato, ovvero di trasformarlo in un agente dell’affermazione culturale
neoliberale, oltre che nell’autore di leggi che consolidano ulteriormente i rapporti di potere. La presenza
dello stato nell’economia negli ultimi decenni non si è affatto ridotta, ma ha spostato l’asse del proprio
intervento a favore delle imprese e del capitale. La sostanziale differenza tra i fautori del mercato degli
anni Quaranta e di quelli degli anni Ottanta è che i primi erano anzitutto dei progressisti e vedevano la
diffusione del mercato e della libera concorrenza come uno strumento di arricchimento anche per le classi
meno abbienti, mentre i secondi erano dei conservatori, interessati a ripristinare le condizioni favorevoli
ad accumulare capitale. Tutto questo implicava due progetti politici opposti: il primo di ampliamento
della democrazia liberale e il secondo di una sua sostanziale chiusura oligarchica.La deregulation era
inizialmente apparsa come un successo e aveva forgiato la convinzione che “meno stato” fosse la via
giusta per il rilancio delle economie non ancora del tutto ripresesi dalla crisi degli anni Settanta,
approfonditasi anche con lo shock petrolifero del 1973.

Con la fine della guerra fredda, a partire quindi dal novembre del 1989, le istituzioni economiche e i principi
dell’ordine liberale occidentale vennero di fatto estesi all’interno di tutto il sistema internazionale,
costituendo poi quel mercato globale che va oggi sotto il nome di GLOBALIZZAZIONE, mentre sul versante
politico, NATO ed UE contribuivano a mettere in sicurezza sotto tutti i punti di vista i territori dell’ex impero

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sovietico, accompagnando i vari stati verso la democrazia e l’economia di mercato.Resta il fatto che è
proprio l’insieme di queste istituzioni che ha garantito la leadership americana su tutto il sistema in
questi decenni: prima con l’eccezione del mondo sovietico e comunista, poi senza limitazioni. Questo
ampliamento venne realizzato attraverso una sostituzione, che alterò i termini del patto sociale che
aveva rappresentato la chiave di volta del successo liberale.La premessa di una società più ricca di
opportunità per tuF sarebbe stata tradita a vantaggio di pochi, che molto rapidamente avrebbero
tradotto il loro surplus di ricchezza in un’egemonia culturale e politica.

2) Le promesse mancate che hanno dirottato l’ordine internazionale liberale

Questo assetto venne scosso prima dagli attentati dell’11 Settembre 2001 e poi dai conflitti scaturiti in
Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Un ulteriore incrinatura venne causata dalla crisi economica del
2007/08, dalla quale l’Europa ha fatto molta fatica a riprendersi. Quest’ultima ha inoltre aumentato la
disuguaglianza su scala domestica e globale e ha messo in luce la non equità del processo di
globalizzazione. Se si osservano però più attentamente le promesse che erano state fatte sulle
caratteristiche del nuovo ordine mondiale ci si accorge del fatto che siano tutte promesse non mantenute.

1. “Un mondo più sicuro”: né vulnerabili né invincibili. L’11 Settembre, la guerra afghana e
l’insufficienza dello strumento militare.

Nel 1990 Saddam Hussein invase il Kuwait. Per scacciarlo e per gettare le fondamenta del nuovo ordine
mondiale, realizzando le promesse di pace, democrazia, benessere e progresso, esplicitate nella Carta delle
Nazioni Unite, gli Stati Uniti di George H. Bush, con l’assenso sovietico e cinese, crearono la più grande
coalizione militare della storia e restaurarono la sovranità del Kuwait. Il successo del conflitto e il consenso
ottenuto segnarono il culmine dell’egemonia politica e militare degli Stati Uniti: sembrò possibile la
realizzazione di un nuovo mondo e che l’Occidente non avesse più nemici (Fukuyama).

Con il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 e con la Cina apparentemente orientata a collocarsi in un
ordine a guida americana, gli Stati Uniti e l’Occidente si credettero:

• Invincibili: se questo sentimento fosse venuto meno, avrebbe consigliato una maggior prudenza
nell’uso della forza militare.

• Invulnerabili: se questo sentimento fosse stato sfidato e lo fu con gli attentati dell’11 settembre,
avrebbe prodotto la percezione di essere inermi, impotenti e indifesi, alimentando l’ossessione per la
sicurezza assoluta, che è ancora diffusa.

Dall’invasione del Kuwait (1990), politicamente le cose sono molto cambiate: l’Unione Sovietica esisteva
ancora e Michail Gorbačëv era il capo del Partito Comunista, Deng Xiaoping governava in Cina, in
Inghilterra era Primo Ministro John Major, il presidente francese era François Mitterrand e Giulio Andreotti
governava in Italia. Da quel momento l’intervento dei paesi occidentali in guerre o missioni di
peacekeeping e di peace enforcing è stato una regola. Dalla fine dell’Unione Sovietica, la NATO ha
ridefinito più volte il proprio concetto strategico e riarticolato la propria missione, includendo anche la
lotta al terrorismo, dopo l’11 settembre e, con maggior enfasi, dopo gli attentati avvenuti in Europa e negli
Stati Uniti.

La percezione di essere usciti da un periodo di invincibilità e di invulnerabilità ha reso la paura il sentimento


dominante nell’Occidente (Moïsi ). La guerra era tornata nell’ordinarietà della vita degli occidentali. Gli
attentati dell’11 settembre sancirono per la prima volta la capacità della periferia di bombardare il centro,
scegliere il luogo, le modalità e i tempi dello scontro.

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L’odio contro l’Occidente ha ragioni politiche, nutre i propri pregiudizi sanguinari dei pregiudizi che
l’Occidente ha verso il mondo islamico e arabo. Le religioni hanno alimentato odio, fanatismo e violenza
per millenni: il fatto che oggi i leader religiosi siano consapevoli di ciò e siano orientati alla pace è un
elemento positivo. Salazar ha osservato che quando al-Baghdadi rivendica un attentato, effettua un
riconoscimento retroattivo che permette al modus operandi: nell’azione populista la base agisce senza
ordini dall’alto. Ciò che si prospetta è un Califfato di proiettare il suo potere come un ritorno al populismo.

Alcune religioni sono oggi più problematiche di altre e il dilagare di organizzazioni o singoli terroristi che
si richiamano all’Islam costituisce un problema oggettivo, legato al minor sviluppo sociale e politico di
molti paesi in cui l’Islam è la religione dominante.

Che cosa ha fatto l’Occidente per agire sui fattori di sottosviluppo politico, che alimenta l’islamismo

radicale? Niente. Durante le Primavere Arabe, partite dalla Tunisia nel 2010, i governi e le opinioni
pubbliche occidentali sono rimasti sgomenti di fronte alla possibilità che i dittatori contro i quali esse si
scagliavano potessero cadere: questi dittatori sono stati sostenuti, essendo considerati il male minore. Un
male minore per noi, ma non per le popolazioni torturate da decenni da èlite che rimanevano al potere
grazie alla nostra complicità. È l’impossibilità di opposizioni alternative alla violenza che ha alimentato il
successo del fondamentalismo religioso e il terrorismo.

Il sostegno verso i dittatori dei paesi del Golfo ha aumentato il numero di persone che, oltre al nemico
vicino (i tiranni), vogliono colpire il nemico lontano (noi). Quelle rivoluzioni sono state dirottate, come in
Egitto e in Siria, da movimenti islamisti che inizialmente non rappresentavano il moto spontaneo di libertà
dei giovani nelle piazze. L’Occidente si è mostrato pronto a sostenere i normalizzatori: facendo questo,
non si manda un messaggio positivo ai giovani che vorrebbero liberarsi della dittatura senza anelare a uno
Stato Islamico, ma il nostro cinismo favorisce la propaganda dei nostri nemici. Durante le Primavere
Arabe, il terrorismo fu costretto alla difensiva:

Al-Qaeda non agì perchè vedeva che le persone che marciavano in piazza erano più efficienti delle
persone che si facevano esplodere.

L’intervento in Afghanistan, per la sua inconcludenza, attestò che l’Occidente, oltre a non essere
invulnerabile, non era invincibile: la coalizione degli eserciti dei paesi più ricchi della terra non era in grado
di vincere contro un numero esiguo di insorgenti. Fu uno dei messaggi più devastanti dell’anabasi dell’ISAF
(International Security Assistance Force), che incoraggiò molti a colpire l’Occidente sui campi di battaglia e
per le sue stesse strade con i IED (Improvised Explosive Devices). Prima di questi avvenimenti, l’Occidente
aveva reciso la legittimazione di questi gruppi, invadendo l’Iraq nel 2003, nell’ambito della guerra al
terrore.

2. “Un mondo più giusto”: l’invasione dell’Iraq e le conseguenze della menzogna impunita di George
Bush e Tony Blair

L’impunità che hanno goduto i due artefici principali dell’invasione dell’Iraq nel 2003, il presidente
americano George W. Bush e il premier britannico Tony Blair, ha avuto effetti devastanti sull’ordine
internazionale liberale. Dopo quegli eventi Blair continuò a rappresentare l’Europa nel processo di
pace arabo-israeliano e questo aumentò la rabbia tra gli arabi.

Sostenendo che il l’Iraq di Saddam Hussein fosse coinvolto nella campagna terroristica contro l’Occidente,
sostenendo che sviluppasse, possedesse e occultasse un arsenale di armi di distruzione di massa,
sostenendo che cedesse ad Al-Qaeda il materiale per fabbricare ordigni nucleari e chimico- batteriologici,
l’amministrazione Bush iniziò la guerra contro il regime di Saddam Hussein.

L’ossessione di George W. Bush nei confronti di Saddam Hussein era un dato da:
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▪ Fattori politici:
o Gli Stati Uniti volevano trasformare il Medio Oriente in un’area sotto il controllo
americano. Si trattava di un’accelerazione della strategia mediorientale degli Stati Uniti,
che fino al 1991 avevano avuto solamente relazioni di tutela indiretta nei confronti dei
propri alleati regionali. Prima del 1991, gli Stati Uniti non avevano basi militari, ma agivano
con il balancing by overseas, cioè intervenivano dal mare quando gli interessi americani
nell’area fossero minacciati. Dopo la guerra del 1990 – 1991, ma la svolta giunse con
George W. Bush, che rese il regime change, cioè il cambiamento di regime imposto
militarmente dall’esterno, il centro del nuovo approccio americano in Medio Oriente.
o L’unico alleato americano nella regione era Israele, il cui rapporto con gli Stati Uniti nel
corso dei decenni si è approfondito, al punto che più volte le decisioni americane sono
sembrate condizionate dall’alleato. Dopo la guerra del 1990 – 1991 per la liberazione del
Kuwait, le cose cambiarono e le forze militari americane erano in Bahrein, in Qatar e in
Arabia Saudita: gli Stati Uniti erano passati a un coinvolgimento diretto nella politica
mediorientale, che sarebbe diventato maggior dopo la l’invasione dell’Afghanistan del
2001 e quella dell’Iraq del 2003. Nel 2010 David Petraeus, in qualità di comandante di
CENTCOM, il Comando centrale delle forze armate americane che va dal Medio Oriente
all’Afghanistan, affermò che le tensioni israelo- palestinesi spesso sfociano nella violenza e
in conflitti, che fomentano un sentimento anti-americano, dovuto alla percezione del
favoritismo degli Stati Uniti nei confronti di Israele. Gli effetti peggiori sulla percezione
della politica americana nell’opinione araba e musulmana si verificano quando gli Stati
Uniti minacciano di porre il veto alle risoluzioni dell’ONU che condannano le colonie
ebraiche illegali nella Palestina occupata o a Gerusalemme Est.
o Nella pianificazione strategica del Pentagono sotto l’amministrazione Bush, la nascita del
“nuovo Iraq” costituiva la piattaforma per il consolidamento dell’egemonia americana in
Medio Oriente e per l’azione di forza nei confronti dell’Iran. Uno dei paradossi di questa
campagna fu il fatto che l’operazione fu condotta al risparmio delle truppe, del tempo e
del costo. Questo era incongruente con l’ambizione degli obiettivi che si proponeva, ma
coerente con la retorica dello “Stato minimo” e della privatizzazione delle sue funzioni. Il
“nuovo Iraq” nel 2017 ha rischiato di essere spazzato via dallo Stato Islamico, ma oggi è
entrato nell’orbita e il suo esercito è stato riorganizzato dai Pasdaran (le Guardie della
rivoluzione) della Repubblica islamica dell’Iran. Nel 2017 Iran e Iraq hanno firmato a
Teheran un accordo di cooperazione militare per promuovere lo scambio di esperienze
nella lotta contro il terrorismo e l’estremismo, la sicurezza delle frontiere, la formazione
logistica e il supporto tecnico e militare.
▪ Fattori ideologici:
o L’idea che la democrazia possa attecchire in un paese dopo che questo è stato debellato
militarmente e a seguito di un’occupazione da parte della potenza vincitrice non è
irragionevole. Nel suo lavoro sulla diffusione della democrazia, La terza ondata, Huntigton
colloca la sconfitta militare come una delle possibili cause di innesco della transizione alla
democrazia di regimi autoritari o totalitari (Fassi), così accadde per Italia, Germania e
Giappone. In questi casi il successo si basò su una condizione: la capitolazione totale a
livello spirituale delle popolazioni, unita all’assenza di un’ideologia di riserva, in
sostituzione di quella abbattuta con il regime. Questa condizione era assente in Iraq, dove
la propaganda islamista attecchì tanto più facilmente quanto più il paese divenne il campo
di battaglia scelto dalle formazioni islamiste di tutto il mondo per combattere gli
americani, i quali facilitarono il fomentare l’opposizione armata alla loro presenza e
l’alleanza innaturale tra ex baathisti e islamisti, attraverso lo scioglimento delle forze
armate e di sicurezza irachene nel processo di “debaathificazione”.
o Si credeva di poter fare dell’Iraq la seconda democrazia della regione, dopo Israele.
▪ Fattori economici:

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o Rispetto all’idea di ripianare con i proventi dell’esportazione di petrolio le spese della


guerra e dell’occupazione, nel 2011, i primi contratti per le concessioni dei nuovi
giacimenti scoperti nel paese andarono a malesi, angolani, cinesi, russi, olandesi, francesi,
norvegesi, inglesi e italiani. Agli Stati Uniti andarono solo due contratti poco importanti.
▪ Fattori personali:
o C’era la volontà di George W. Bush di eliminare Saddam Hussein per il tentativo di
eliminare il padre, per rivendicare la sconfitta subita nel 1991.

Gli Stati Uniti ebbero poca fortuna nel convincere i detentori del diritto di veto in Consiglio di Sicurezza delle
loro ragioni. Il comportamento dell’Iraq poco collaborativo nei confronti degli ispettori incaricati dall’IAEA
(International Atomic Energy Agency) alimentava dei sospetti sulle intenzioni di Saddam Hussein di detenere
un arsenale di armi di distruzione di massa. La Russia, la Cina, la Francia e la Germania avrebbero votato
contro la Risoluzione ONU che consentiva l’impiego della forza. Invece, la Gran Bretagna e il suo sostegno a
favore della guerra contribuirono a spingere altri paesi ad assumere un atteggiamento più favorevole a
riguardo. Se la Gran Bretagna si fosse opposta, probabilmente l’Unione Europea avrebbe assunto una
posizione compatta, invece si spaccò in due al suo interno, con Francia e Germania contrapposte a Gran
Bretagna, Italia, Spagna e Polonia e non riuscì a elaborare una posizione comune.

Oggi si sa che nel 2003 Tony Blair sosteneva la guerra, consapevole di essere nella menzogna: era
in possesso di informazioni dell’intelligence inglese che escludevano la possibilità che Saddam
Hussein occultasse un arsenale chimico-batteriologico e nucleare.

Tony Blair, a differenza di Bush jr, non era l’esponente di una dinastia del potere, ma era l’esponente di
maggior rilievo della nuova sinistra riformista che negli anni Novanta aveva fatto del New Labour il partito
predominante del sistema bipartitico inglese.

Quello di Tony Blair fu un tradimento dei principi e delle promesse dell’ordine internazionale liberale, che
ne scosse la credibilità. Per coloro che si erano opposti al conflitto, questo tradimento costituì un
tradimento. Il fatto che nessuna sanzione, neanche politica, colpisse nessuno dei protagonisti della guerra
che ha consentito al terrorismo di diffondersi nel Medio Oriente, di attecchire tra le comunità islamiche
dell’Africa subsahariana e dell’Estremo Oriente, che ha portato alla nascita di Al-Qaeda in Iraq al comando
di al- Zarqawi e dell’ISIS a opera di al-Baghdadi, ha completato l’opera di disvelamento dell’ipocrisia di
questa fase dell’ordine internazionale liberale di fronte a moltissime persone nel mondo

3. “Un mondo più ricco per tutti”: la crisi finanziaria e la sostituzione della libertà e
dell’uguaglianza con l’arroganza e il privilegio

È nell’ambito economico-sociale che l’ordine internazionale liberale ha subito il suo attacco più
devastante: è stato l’attacco che ha colpito maggiormente il centro del sistema e che è provenuto dal
centro stesso.
Dopo aver sconfitto l’Unione Sovietica e aver integrato nuova forza lavoro e nuovi capitali nel sistema, si è
assistito a una consapevole riduzione dei meccanismi di welfare nelle sue diverse forme. La libertà di
mercato è diventata la dittatura del mercato, dove gli unici che sperimentano una crescente libertà sono i
grandi operatori finanziari ed economici.

La conseguenza è stata la polarizzazione della ricchezza, a partire dagli Stati Uniti, il paese da cui è partita la
crisi del 2007. Il Global Wage Report dell’Organizzazione internazionale del lavoro ha attestato che la
dinamica della produttività negli ultimi decenni è superiore a quella dei salari reali, cioè, sebbene ogni
lavoratore sia più produttivo, non si avvantaggia della maggiore produzione in termini di salario. Il capo
economista del Fondo monetario internazionale, Raghuram Rajan, sostiene che sia stata la crescente
disuguaglianza dei redditi negli Stati Uniti e la pressione politica a produrre la crisi del 2007. Di fronte alla
crescente insicurezza dei salari e alla percezione della classe media della busta paga stagnante, i politici
cercarono un modo per correre ai ripari e lo trovarono nell’assunto “non è il reddito che conta, ma i
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consumi”: se i consumi della classe media reggono, forse questa presterà meno attenzione alla crescente
disuguaglianza.

Le radici della crisi del 2007 si trovano anche nelle risposte fornite alla precedente bolla speculativa,
legata alla new economy, che all’inizio del millennio aveva rivelato il carattere fragile della crescita
economica durante la presidenza Clinton. In quel decennio, il livello di indebitamento della classe media si
impennò.

Le conseguenze dell’esplosione delle bolle speculative sarebbero state inferiori, se in precedenza non
fossero stati adottati provvedimenti legislativi volti a facilitare la speculazione. Bill Clinton, nel 1999,
accettò l’abrogazione del Glass Steagall Act e promulgò il Gramm-Leach-Bliley Act, che pose fine
all’obbligo di separazione tra le banche di deposito e quelle di investimento: la deregulation bancaria si
spinse oltre i limiti raggiunti durante la presidenza Reagan. Nel 2000 fu approvato il Commodity Futures
Modernization Act, che deregolamentava i derivati, esponendo ulteriormente il mercato finanziario ai
rischi della speculazione: è stato il tradimento della good society che aveva garantivo crescita economica e
pace sociale dal secondo dopoguerra e durante la Guerra Fredda.

La società dell’uguaglianza in quegli anni negli Stati Uniti non prospettava un egalitarismo, ma si fondava
sulla condivisione diffusa circa quali livelli di disuguaglianza dovessero essere considerati indecenti. Robert
Reich ha definito Basic Bargain il patto sociale di fondo, in base al quale la gran parte di quello che
l’economia produceva veniva consumato dal ceto medio, dai lavoratori, che ricevevano un reddito che
cresceva con la produttività, sufficiente a sostenere un elevato livello di consumi e ad alimentare un flusso
di risparmi capace di finanziare gli investimenti. Si è alterato il patto tra economia capitalista e democrazia
politica, che nella seconda metà del Novecento aveva consentito di rafforzarsi e bilanciarsi reciprocamente
e di rendere popolare l’economia del mercato. Democrazia e mercato non sono fondati sullo stesso
principio:

• Il mercato produce disuguaglianza perché premia la più efficiente organizzazione dei


fattori produttivi, il merito, la migliore dotazione e le capacità individuali.
• La democrazia si fonda sull’uguaglianza.

Democrazia e mercato si sono rafforzati in Occidente perché il mercato corregge i difetti e gli eccessi della
democrazia e la democrazia corregge i difetti e gli eccessi del mercato. L’alleanza di queste istituzioni si
stabilì con la Rivoluzione Francese e con la Rivoluzione Americana.

L’organizzazione economica fu impiegata per abbattere le disuguaglianze di status e i privilegi della società
dell’ancien régime: nonostante ciò, l’idea di mercato non veniva trasformata in un fattore di uguaglianza.

L’uguaglianza postulata dalla democrazia non era più sufficiente: essendo la democrazia associata al
mercato, essa doveva preservare condizioni capaci di rendere l’uguaglianza qualcosa di diverso. La
premessa dell’uguaglianza doveva essere completata dalla promessa dell’uguaglianza: impedire che i
vecchi privilegi, abbattuti con l’unione di democrazia e mercato, non venissero sostituiti da nuovi privilegi,
costruiti dall’azione economica mercatistica. Questo è successo dal 1989, quando si è voluto ignorare che
la democrazia e il mercato possono essere travolti dai loro difetti, non più alleviati dalla reciproca
interazione. La questione non è se la disuguaglianza economica debba essere eliminata affinché
l’uguaglianza politica possa funzionare, ma che essa non sia troppo grande. Per salvaguardare
l’uguaglianza politica dagli effetti della disuguaglianza economica, bisogna vigilare affinché i cittadini
credano che le disuguaglianze di potere economico non sono un motivo sufficiente per rinunciare a
esprimersi. Senza ceto medio, la possibile middle class democracy, la società degli uguali, è destinata a
essere sostituita da una nuova società dei privilegi, come è avvenuto a causa del dilagare del mercato e
dell’egemonia illiberale. Il fallimento del mercato può essere catastrofico, ma anche il suo successo è
pericoloso dal punto di vista politico.

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Colin Crouch ha affermato che il problema del liberalismo contemporaneo come movimento politico è che
dipende dall’esistenza dell’equilibrio tra le forze della società per assicurare la varietà di cui questa ha
bisogno.

Branko Milanovic, un economista della disuguaglianza, osserva che il declino della classe media e il suo
diminuito potere economico innescano degli effetti politici e sociali, tra cui il calo del sostegno per
l’offerta pubblica di servizi sociali. La privatizzazione del rischio sociale, cioè il trasferimento del rischio da
una situazione, nella quale lo stato riconosce il proprio ruolo e fornisce un contributo contro il quale
assicurare gli individui, a una, in cui lo stato di disinteressa della questione e lascia che siano gli individui a
provvedere personalmente, è uno dei tratti cruciali del passaggio dal liberalismo al neoliberalismo. Le
prime misure di assicurazione obbligatoria sul lavoro vennero introdotte in Germania dal cancelliere
Bismarck, avverso al liberalismo. Il separatismo sociale prodotto dalla differenza tra chi può permettersi
migliori servizi e chi non può farlo è un punto di vista liberale perché altera le probabilità di successo degli
individui e mercatizza valori che non hanno a che vedere con il mercato.

Milanovic afferma che lo schiacciamento della classe media non è finito e che nella società che si delinea
anche l’istruzione potrebbe non avere molta influenza, mentre il caso e il contesto familiare svolgeranno
un ruolo maggiore di prima. In futuro conteranno sempre di più le dotazioni di ricchezza delle famiglie e le
amicizie giuste. Il nuovo capitalismo sarà più disuguale e il successo dipenderà dal caso di nascere bene e
di avere fortuna nella vita, più di quanto non fosse nel secolo scorso.

Parte seconda

3) Il declino della leadership americana e l’emergere delle potenze autoritarie russa e cinese

L’ordine internazionale liberale non è inaffondabile ed è stato dirottato dall’imperizia di chi lo comanda
verso una rotta più pericolosa di quella progettata, sulla quale si trova un iceberg che presenta quattro
facce altrettanto pericolose.

I. La prima faccia è un fenomeno consueto in politica internazionale: una nuova distribuzione della
potenza nel sistema associata alla divergenza delle rispettive politiche, che modifica le relazioni
tra gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, mentre l’Europa è sempre più debole.
II. La seconda faccia è un fenomeno dalla natura nuova, ma comune ormai da 15 anni: la
polverizzazione e privatizzazione della minaccia, che consente a gruppi terroristici più o meno
organizzati di mettere in campo capacità distruttive considerevoli e destabilizzanti. I suoi effetti sono
evidenti nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e aumentano la percezione della gravità
migratoria.
III. La terza faccia è un fenomeno totalmente nuovo, che consiste nella contestazione dell’ordine
internazionale liberale nei suoi principi e nelle sue istituzioni da parte della superpotenza, che
ne resta la maggiore beneficiaria, gli Stati Uniti.
IV. La quarta faccia è la deriva delle democrazie occidentali, che sembrano incapaci di mantenere la
propria rotta, strette tra i sostenitori di un populismo identitario e sovranista e i sostenitori
dell’oligarchia apolide e tecnocratica (la prima visione mitizza il ruolo del popolo, mentre la
seconda lo nega), mentre il popolo sembra essere scomparso dall’orizzonte politico, economico e
culturale delle democrazie liberali evolute.

Dal progressivo disimpegno americano in Medio Oriente, c’è stata una redistribuzione della potenza tra i
principali attori del sistema internazionale, ma non si è trattato di una riduzione della potenza americana
o di un accrescersi della potenza russa o cinese.

In termine di budget militari, la Russia e la Cina hanno incrementato le proprie spese, così come gli Stati
Uniti.
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La Russia ha iniziato un programma di modernizzazione e riforma militare. Ha principalmente colmato gran


parte del gap verso gli Stati Uniti nel settore del comando e controllo delle proprie forze armate, riuscendo
a renderle più efficienti rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica. Nel Caucaso, in Ucraina e in Siria, l’Armata
Rossa ha mostrato un incremento nelle proprie capacità di svolgere azioni complesse e joint (terra, mare e
cielo). Con l’incremento del suo intervento in Siria, la Russia ha dimostrato la sua potenza e il suo
coordinamento: l’alto comando russo bombardò i ribelli, segnando l’inversione di tendenza nella dinamica
del loro confronto con il regime. La Russia voleva lanciare un segnale alla NATO sul suo ritorno e sul fatto
che avesse raggiunto un livello militare superiore a quello dell’Unione Sovietica. Con gli stessi obiettivi
sono state svolte le manovre Zapad 2017 vicino al confine ucraino e delle repubbliche baltiche. Inoltre, la
Russia ha posizionato dei missili a corto raggio dotati di testate nucleari a Kaliningrad, territorio russo
interno all’Unione Europea.

Nel 2017, la Russia ha riattivato, al confine con la Finlandia, la base di Alakurtti. Nel 2015 la Russia ha
iniziato a rafforzare la sua presenza nell’Artico, prevedendo la costruzione di altre due basi nell’area. Il
ritiro dei ghiacci rende più facilmente sfruttabili le risorse della regione e maggiormente necessaria la loro
protezione. Negli ultimi anni, la Russia è lo stato che ha investito maggiormente nell’Artico, chiedendo
all’ONU di riconoscere la sua sovranità marittima in una vastissima area. L’attivismo russo ha spinto il
Canada ad ammodernare la propria flotta con unità rompighiaccio e a riprendere il progetto di costruire
un sottomarino nucleare di attacco con funzioni di anti-access (impedire alla controparte in una
determinata area operativa) e area denial (inibire la libertà d’azione della controparte qualora essa sia
riuscita ad accedervi).

La Cina sta allestendo una blue water fleet, una flotta d’alto mare, e incrementando la propria
componente expeditionary anfibia. C’è una correlazione tra lo sviluppo della Marina cinese, l’apertura ai
mari della Cina e la sua dipendenza dal commercio internazionale. Come affermato da Mahan, i mari e gli
oceani sono fondamentali per i trasporti e le comunicazioni e il loro controllo è lo scopo decisivo della
competizione tra le potenze che aspirano all’egemonia. La Cina sta attuando la “strategia del filo di perle”,
che consiste nello stringere rapporti diplomatici, commerciali e militari privilegiati con alcuni paesi che si
affacciano sull’Oceano Indiano per acquisire postazioni utili al controllo delle linee di comunicazione
strategiche per l’approvvigionamento petrolifero.

All’inizio degli anni Ottanta, quando entrò in vigore il programma “Riforma e apertura” per volere di Deng
Xiaoping, iniziò la crescita degli scambi commerciali tra la Cina e l’estero e l’interesse cinese per la sicurezza
della navigazione. Ciò non implica una minore attenzione cinese per i suoi interessi regionali: le acque
dell’Asia orientale si mostravano appetibili agli occhi degli altri stati dell’area, con la conseguenza di far
avvertire alla Cina una sfida all’autorità sui mari asiatici. Alla Marina dell’Esercito popolare di liberazione
(EPL) venne chiesto di proteggere i diritti e gli interessi marittimi cinesi: garantire l’accesso e lo sfruttamento
delle risorse presenti nelle acque su cui si affaccia, contribuendo allo sviluppo economico del paese. Il
perimetro d’azione della Marina è stato allargato fino a inglobare tutta la sfera marittima dell’Asia orientale.

Questo sentimento di sfida ha originato alle pretese cinesi sugli arcipelaghi e sulle isole circostanti, tra cui
l’arcipelago delle Senkaku (conteso con il Giappone), le Paracelso (rivendicate anche dal Vietnam) e le
Spratly (rivendicate anche dal Vietnam, dalle Filippine e dalla Malesia). Da queste rivendicazioni si sono
sviluppati dei conflitti alla fine degli anni Ottanta e che ultimamente hanno riacquistato notorietà. Nella
battaglia navale delle Spratly (1988), la Cina e il Vietnam arrivarono allo scontro aperto, vinto dalla Cina:
nella prima metà degli anni Ottanta, il Vietnam, le Filippine, la Malesia e Taiwan occuparono buona parte
dell’arcipelago rivendicato dalla Cina, che aveva deciso d’istituire una presenza stabile nell’isola di Fiery
Cross Reef e il Vietnam rispose impossessandosi di alcune isole vicine a Fiery Cross con l’intento di crearvi
attorno un cordone in funzione anticinese. L’obiettivo della dottrina navale cinese di proteggere l’autorità
cinese sugli spazi marittimi contesi era da prendere sul serio. L’arcipelago della Spratly rientrava nel
perimetro d’azione delineato dalla “difesa dei mari vicini”. Le motivazioni di queste controversie sono
relative alla rivendicazione e alla difesa della sovranità e dei diritti cinesi circa lo sfruttamento delle risorse
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nelle acque contigue, anche quando ciò viola il diritto internazionale. Ciò che ha spinto la Cina a
rivendicarle è stato l’aumento della sua potenza militare che la porta a sostenere le proprie pretese anche
con l’aiuto della forza. Il Mar Cinese Meridionale è una delle rotte più importanti per il commercio
internazionale.

Dagli anni Duemila la dottrina navale cinese ha sostenuto il peso strategico delle vie di
comunicazione marittime. Per rendere la rotta che da Hormuz arriva a Shanghai, la Cina sta pensando
di realizzare il progetto del “taglio dell’istmo di Kra”. I documenti cinesi hanno iniziato a parlare della
protezione della “sicurezza marittima” in acque globali, intendendo la sicurezza della navigazione
lungo le vie di comunicazione marittime, con riferimento a minacce come la pirateria, il terrorismo
marittimo e la criminalità transnazionale. Questo interesse alla sicurezza marittima è stato
rielaborato nello slogan “costruire oceani armoniosi”, incorporato nell’ideologia ufficiale e alla
Marina cinese sono stati affidate “operazioni militari diverse dalla guerra”, cioè operazioni che
comportano un eventuale uso della forza armata con gradi d’intensità inferiore alle operazioni
belliche. La Marina cinese partecipa a forme di collaborazione con altre marine, individuando nello
strumento cooperativo il mezzo principale per la costruzione di oceani armoniosi.

La Cina ha proceduto a uno sviluppo del sistema di supporto logistico sul quale la Marina può contare per
operazioni navali fuori dall’Asia orientale. Il centro del sistema è costituito da rifornimenti in porti amici:
sono le buone relazioni che la Cina intrattiene con alcuni paesi dell’Oceano Indiano a garantire alla Marina
dell’EPL il supporto logistico nella regione, senza la conclusione di accordi di cooperazione militare. È ciò
che nella dottrina militare americana è definito military places in opposizione a military bases: non
strutture permanenti direttamente gestite, ma punti d’appoggio utilizzati per elementari esigenze di
rifornimento. La Cina rimane fedele al principio di non stabilire basi all’estero, senza rinunciare al supporto
logistico in loco necessario per operare lontano dal territorio nazionale. La presenza militare cinese nel
Mar Cinese Meridionale e i contenziosi relativi ai limiti della Zona economica esclusiva hanno inasprito i
rapporti con il Vietnam, rapporti complicati dopo il tentativo di invasione del Vietnam da parte cinese nel
1979, come ritorsione all’invasione vietnamita della Cambogia.

Nel Libro bianco della Difesa (2015), la Cina ha ribadito il concetto della protezione delle acque in mare
aperto: la Cina ritiene fondamentale rafforzare le capacità di anti-access e di area denial nel Mar Cinese
Meridionale. Xi Jinping ha ribadito le rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale, considerato area
d’interesse primario per la sicurezza nazionale come Taiwan e il Tibet: ciò ha portato all’avvicinamento
del Vietnam agli Stati Uniti. La rielaborazione della strategia navale e della dottrina d’impiego della
Marina cinese non prefigura un atteggiamento ostile agli Stati Uniti, anche perché la Cina non è ancora
una grande potenza navale in grado si sfidare la leadership americana sui mari internazionale. Gli Stati
Uniti intendono incrementare la propria flotta e la disparità della forza sui mari globali persisterà e il
rapporto cinese nei confronti degli Stati Uniti rimane di subordinazione. Dal punto di vista regionale, i due
stati si muovono su una logica di parità e gli Stati Uniti percepiscono le minacce cinesi alla propria libertà
di accesso agli spazi regionali dell’Asia orientale come concrete. Il programma di modernizzazione navale
dell’EPL ha favorito il rafforzamento delle capacità d’interdizione della Marina nello Stretto di Taiwan e
nella zona marittima orientale. L’obiettivo cinese di limitare la libertà d’accesso all’area passa attraverso lo
sviluppo di anti-access e area denial capacities, nella cui realizzazione è fondamentale la componente
sottomarina.

Nonostante la Russia e la Cina stiano ammodernando i propri dispositivi, gli Stati Uniti rimangono la prima
potenza militare mondiale. Le cose sono parzialmente diverse nel rapporto tra Cina e Stati Uniti, se dalla
dimensione militare della potenza si passa alla concezione aggregata. Dopo la crisi del 2007, le posizioni
economiche relative degli Stati Uniti e della Cina si sono avvicinate e la crescita cinese è imponente. Non
sono solo le considerazioni sulle capacità a far parlare di nuovo assetto mondiale, ma hanno influito
anche le politiche adottate dai governi delle tre maggiori potenze (Stati Uniti, Russia e Cina): in questo
campo si è verificato l’aspetto più pericoloso per la tenuta dell’ordine internazionale liberale, dove, al
ripiegamento della volontà di proiezione di potenza americana, fa da contrasto un ampliamento delle
ambizioni e

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dell’azione strategica cinese e russa, che adottano modalità diverse, ma hanno finalità coincidenti, cioè il
contrasto alla libertà d’azione americana e la contestazione dell’ordine internazionale liberale.

Il ripiegamento strategico americano è avvenuto con Barack Obama: l’indicazione politica fornita da concetti
come selective engagement, retanchement, balancing by overseas, leading from behind, era quella del
ripiegamento, della ridefinizione della loro posizione strategica globale, dopo la sovraesposizione della
presidenza Bush. L’overstretching di George W. Bush era stato prodotto dallo shock dell’11 settembre.
Obama decise di ridurre progressivamente la presenza e l’impegno militare in Europa e in Medio Oriente,
lasciando ad esso un’attenzione politica più che militare, che si era manifestata nello sforzo per arrivare a
un accordo multilaterale per la dismissione del programma nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of
Action, JCPOA, 2015).

In linea di principio, la minor assertività americana non avrebbe dovuto necessariamente pregiudicare la
stabilità dell’ordine internazionale liberale, ma avrebbe dovuto aprire nuovi spazi al multilateralismo alla
collaborazione e alla condivisione di obiettivi e responsabilità tra gli attori. Per essere considerato idoneo
alla salvaguardia dell’ordine internazionale liberale, il multilateralismo deve contare sulla sintonia tra le
politiche degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. Un assetto più multipolare del sistema internazionale
non pregiudica il perseguimento della salvaguardia e la realizzazione di interessi collettivi. Gli interessi
condivisi potrebbero anche essere perseguiti in maniera unilaterale, a spese dell’egemone del sistema. Il
multilateralismo non è possibile dove gli attori pensino a soluzioni diverse e rivali rispetto ai principali
problemi da affrontare. Negli anni Novanta gli Stati Uniti erano una superpotenza solitaria, potevano agire
da soli e speravano di coalizzare degli alleati. Il problema degli Stati Uniti era non eccedere nelle proprie
ambizioni e presentare le proprie azioni come orientate al sostegno e al mantenimento dell’ordine
liberale. Oggi la situazione è differente: gli Stati Uniti necessitano il sostegno militare e politico dei propri
alleati. È questo che è cambiato negli ultimi anni, quando la Russia e la Cina hanno mostrato di non
condividere sempre gli interessi degli Stati Uniti. Il sistema politico internazionale attuale assomiglia a
quello presentato da Barry Buzan come possibile esito del “momento unipolare” del sistema
internazionale: “1+2”, cioè una potenza superpotenza globale affiancata da due grandi potenze regionali
o multiregionali (Stati Uniti più Russia e Cina). In questa situazione è necessario che gli interessi degli
attori convergano perché, se le due potenze minori non sono ancora in grado di imporre il proprio,
possono impedire che l’ordine dell’egemone sia mantenuto, ostacolando il perseguimento dei suoi
obiettivi e traendo vantaggio dagli errori e dai fallimenti della superpotenza globale. Fino al ritorno della
Russia in Medio Oriente e allo sviluppo di una politica più confrontial da parte cinese, gli Stati Uniti poteva
commettere errori senza che nessun rivale potesse approfittarne: ora ciò non è più così e i cinesi, i russi e
gli iraniani possono trarre vantaggi dagli errori degli Stati Uniti.

Nell’ultimo decennio la Russia si è mossa per ampliare la propria sfera di influenza nel Caucaso
meridionale con l’intervento militare contro la Georgia all’interno dei propri confini territoriali, come
nell’annessione della Crimea, dopo la “guerra sporca” contro l’Ucraina (2014) e la guerra del Donbass.
Daalder sostiene che la Russia abbia iniziato una sfida all’Occidente, con l’obiettivo di indebolire i legami
tra l’Europa e gli Stati Uniti e tra i membri dell’Unione Europea, minare la solidarietà della NATO e
rafforzare la posizione della Russia nel suo vicinato. Quanto la Russia ha fatto in Crimea è inaccettabile e
mina uno dei principi dell’ordine liberale.

In Medio Oriente, il primo segnale del ritorno russo è avvenuto in concomitanza delle accuse mosse fagli
Stati Uniti al presidente Bashar al-Asad di aver usato agenti chimici durante un bombardamento: in
quell’occasione (2013) Obama denunciò come Asad avesse oltrepassato la linea rossa, da lui stesso tracciata
durante il Weekly Address to the Nation (2012), oltre la quale sarebbe incorso nella punizione inferta dagli
Stati Uniti a nome della comunità internazionale. Bastò che la Russia ricordasse che la Siria fosse un alleato
russo per convincere Obama a far rientrare la flotta in porta, denunciando la contraddittorietà della politica
mediorientale e siriana dell’amministrazione Obama, orientata più alla dissimulazione delle ambizioni
americane nell’area che a un vero disimpegno. Ci fu una mobilitazione internazionale pacifista che,
piuttosto
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che prendere le difese delle vittime, cercò di evitare l’allargamento del conflitto, che si verificò lo stesso a
opera dei russi. La popolazione civile di Aleppo pagò il prezzo dell’inerzia nei confronti del dittatore siriano: i
russi entrarono nel conflitto e ribaltarono l’inerzia della guerra civile, che fino a quel momento era
sfavorevole ad al-Asad, nonostante i successi delle milizie di Hezbollah e dei Pasdaran iraniani. Da quel
momento la Russia è intervenuta sempre più nella guerra civile siriana, ha stretto un’alleanza con l’Iran e ha
esteso il significato politico, coinvolgendo la Turchia di Erdoğan.

Il significato di questo accordo triangolare ha un’enorme portata politica: ha fatto della Russia il possibile
pacificatore del Levante e ha legittimato le aspirazioni regionali dell’Iran, da poco riammesso nella
comunità internazionale con la stipulazione del JCPOA da parte dei “5+1” dell’Unione Europea (i cinque
membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Germania) e dell’Iran e ha spostato la Turchia
nella sfera di influenza russa. La Russia ha tratto i maggiori benefici dell’ostracismo iraniano dalla comunità
internazionale, quando gli Stati Uniti vi hanno posto fine: la Russia condivideva con l’Iran l’avversione
totale verso il radicalismo sunnita, di cui aveva subito il prezzo con la deriva islamista del separatismo
ceceno. La Russia poteva offrire all’Iran la legittimazione delle proprie ambizioni strategiche, che avanza
dal 1979.
Obama, firmando il JCPOA si era spinto al limite della propria autonomia rispetto alla politica americana
verso l’Iran, a fronte delle pressioni che Israele e Arabia Saudita avevano fatto contro la sua firma, ma
quell’accordo è un successo per la comunità internazionale. Il rifiutarsi di siglare nuovamente l’Accordo da
parte del presidente Trump è un segnale di sfiducia nell’efficacia della via diplomatica, anche dopo che
essa ha funzionato, e attesta che gli Stati Uniti possono violare qualsiasi accordo internazionale. Questa
decisione arriva poco dopo l’attestazione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica che l’Iran sta
ottemperando a tutti gli impegni del JCPOA. Per la Corea del Nord questa è la prova che sottoscrivere
un’intesa che lo privi del nucleare sarebbe una pessima scelta e lo spinge a continuare a sfidare la
comunità internazionale. In questi anni, l’Iran ha acquisito maggiore potere nella regione e questo è
dipeso dalle guerre che i suoi avversai (Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita) hanno condotto in
Afghanistan, Libano, Yemen e dagli errori nella non gestione della crisi siriana. Il tentativo di Trump di far
saltare l’accordo con l’Iran in questi momenti in cui è in corso la crisi nucleare con la Corea del Nord, che
è un regime più pericoloso dell’Iran, è contro il buonsenso. Trump ha dimostrato come considera i suoi
alleati europei e i suoi interlocutori russi e cinesi, i quali non sono inclini ad assecondarlo. Se gli Stati Uniti
dovessero adottare sanzioni unilaterali verso l’Iran, lo spingerebbero a far proliferare nuovamente il
nucleare nella regione.
L’azione politica dell’Iran in Siria, in Iraq contro l’ISIS e in Libano, attraverso la centralità politica del
movimento sciita Hezbollah, rischia di portare instabilità nelle dinamiche interne del paese. Questi successi
rafforzano l’ala più conservatrice del regime alla guida di Ali Khamenei, che si raccoglie introno ai Pasdaran
e che si contrappone all’ala moderata dell’attuale presidente Hassan Rouhani e al trend di buona parte
della popolazione, che dai tempi dell’“Onda verde” repressa dall’allora presidente Mahmud Ahmadinejad,
mostra insofferenza verso il regime. Se le sanzioni dovessero colpire gli interessi dei Pasdaran,
un’istituzione centrale del regime iraniano, il presidente Rouhani dovrebbe solidarizzare con i suoi
avversari. L’Iran è interessato alla stabilizzazione della regione, anche dal momento che la situazione
evolve nella direzione dei suoi interessi strategici, mentre l’Arabia Saudita svolge un’azione di
destabilizzazione in Iraq, Siria, Yemen, Qatar e Libano.

La Turchia è il terzo polo dell’allineamento organizzato dalla Russia per il consolidamento della tregua in
Siria. Il regime di Recep TayyipErdoğan ha preso un’involuzione autoritaria e confessionale che desta
preoccupazione negli alleati della NATO e negli interlocutori dell’Unione Europea e che ha un’influenza
destabilizzatrice sul regime, spingendo a polarizzare la separazione tra la Turchia conservatrice legata al
nuovo sultano e la Turchia laica e occidentalizzata. La politica estera di Erdoğan è un fallimento ed è stata
salvata dalla decisione di schierarsi dalla parte della Russia. Dopo un periodo in cui la Turchia aveva pessime
relazione con la Russia, Israele, la Siria, l’Iran, l’Egitto, la Tunisia e l’Arabia Saudita, Erdoğan si è riavvicinato
alla Russia e all’Iran, allontanandosi dall’Europa e dagli Stati Uniti. Olanda, Austria, Gran Bretagna e
Germania sono invisi ad Erdoğan perché non gli hanno permesso di svolgere propaganda a favore del
plebiscito costituzionale nelle loro piazze. Il conflitto tra le due Turchie era meno evidente quando
prevaleva una cultura politica occidentalizzata e laica, quando il regime cercava di colmare il gap verso
l’Europa in

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termini di diritti civili e politici. Il regime di Erdoğan è una versione edulcorata dell’islamismo politico
radicale. Sull’ambito della sicurezza, la repressione nei confronti dei curdi ha fatto tornare il terrorismo del
PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, mentre l’esercito turco ha aumentato le sue azioni contro i
peshmerga curdi in Siria, impegnati nella lotta contro al-Asad e l’ISIS. Erdoğan ha dovuto rinunciare al
comportamento ambiguo nei confronti dell’ISIS che aveva reso la Turchia il paese di transito dei foreign
fighters: da quel momento c’è stata una serie di attentati in Turchia. L’interesse di Erdoğan per l’accordo
con la Russia, che lo costringe ad accettare la permanenza al potere in Siria di al-Asad, si spiega con una
duplice valenza:

• Valenza interna: con l’accordo con la Russia, Erdoğan si è presentato come il protettore dei sunniti
in Siria.
• Valenza internazionale: Erdoğan spera di poter esercitare la propria azione contro i curdi, che non
sono appezzati né dalla Russia né dall’Iran, considerati troppo vicini agli Stati Uniti e il cui
rafforzamento costituirebbe un problema per l’Iraq, soprattutto dopo il referendum
sull’indipendenza tenuto nel Kurdistan iracheno (2017), che ha visto una vittoria schiacciante del
sì.

Dal punto di vista occidentali, l’accordo tra la Turchia e la Russia ha significato il passaggio di un membro
della NATO nella sfera d’influenza russa. I rapporti tra la NATO e la Turchia sono peggiorati e le relazioni
diplomatiche tra la Turchia e Israele si sono rotte. A causa anche dell’opacità del comportamento turco
nella lotta contro l’ISIS, da anni la NATO e molti dei paesi membri non condividono con la Turchia
informazioni sensibili in materia di terrorismo.

L’atteggiamento aggressivo della Cina sui dossier delle isole (Spratly, Paracelso e Senkaku) segnala che il
paese vuole suscitare un effetto di coesione nazionalistica nella propria opinione pubblica, in una fase in
cui lo sviluppo del mercato interno potrebbe produrre tensioni sulla struttura della società. Per il Partito
comunista e per l’Esercito popolare di liberazione la sfida del riallineamento dell’economia da export led a
orientata a soddisfare la domanda interna non è priva di rischi. L’aumento della concorrenza è l’unico
modo per far crescere il mercato interno, ma più concorrenza significa che gli interessi in competizione, lo
saranno anche nella ricerca di rappresentanza e tutela politica. La Cina si è candidata a sostituire gli Stati
Uniti come leader dell’economia globalizzata, ma ciò non è sicuro. La transizione da un’economia fondata
sulle esportazioni a una basata sul consumo interno è complicata da un eccesso di capacità produttiva. Nel
momento in cui gli Stati Uniti dovessero smettere di essere il leader economico, la Cina dovrebbe
consentire un maggior accesso al suo mercato interno da parte degli altri attori economici e rendere il suo
mercato finanziario più internazionalizzato, misure opposte a quelle appena adottate. Questo non
impedisce che la Cina possa sperare di coltivare con successo il proprio disegno di un capitalismo para-
statale, operato attraverso un “regime di concessioni” da parte dello stato che consenta ad alcuni grandi
operatori di agire nel mercato. Durante il XIX Congresso del Partito comunista cinese, Xi Jinping ha ribadito
l’impianto che ha governato finora la Cina: più competizione tra le imprese private, il rilancio delle aziende
di stato, una maggiore apertura del paese agli operatori internazionali, il mantenimento del ruolo guida
del PCC, la volontà di garantire al popolo una vita migliore e di rendere la Cina la superpotenza del XXI
secolo.

La deriva oligopolistica e oligarchica assunta dal mercato e dalla democrazia in Occidente dopo
l’affermazione della teologia neoliberale, oltre alla commistione tra chi governa il paese e chi ne possiede
le risorse, indebolisce la difesa della relazione tra democrazia politica ed economia di mercato che si è
imposta in Occidente. Judt sostiene che il capitalismo non sia un sistema politica, ma una forma di vita
economica, compatibile con dittature di destra (il Cile di Pinochet), dittature di sinistra (la Cina
contemporanea), monarchie socialdemocratiche (la Svezia) e repubbliche plutocratiche (gli Stati Uniti). Lo
svuotamento dei diritti è pericoloso anche per la progressiva affermazione di una cultura che rende alla
mercé del più forte i diritti dei più deboli.

In termini strategici, l’irritazione cinese per il modo inefficace in cui gli Stati Uniti hanno gestito la crisi del
2007, scaricandone il più possibile i costi verso l’esterno, ha ridotto il commitment della Cina verso l’ordine
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internazionale liberale. Il crollo dell’immagine degli Stati Uniti presso e leadership dei BRICS (Brasile, Russia,
India, Cina e Sudafrica), che sono solo stati sfiorati dalla crisi e ai quali fu affidato il sostegno dell’economia
globale in quegli anni, è verticale. Fu in quel momento che la Cina comprese la necessità di trovare
un’alternativa all’ordine liberale e all’egemonia americana che lo incarna. Importante è la costituzione nel
2014 della Banca asiatica di investimento per le infrastrutture (Asian Infrastructure Investment Bank, AIIB),
un’alternativa regionale alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale.

Parlare di un’esplicita strategia condivisa da Russia e Cina per svellere la supremazia americana è

eccessivo, ma in questi anni gli approcci tra la Russia e la Cina per individuare una piattaforma comune per
arginare l’egemonia americana sono stati diversi: la Shanghai Iniative, gli accordi sulla fornitura di gas da
parte russa, il sostegno russo alle pretese della Cina sul Mar della Cina. Hanno condotto alcune esercitazioni
navali congiunte, tra cui le Joint Sea 2016. Il Documento sulla dottrina strategica russa (2016) dichiara la
volontà russa di tornare a essere un global veto player nel sistema internazionale e indica nella ricerca di
maggiore sintonia con la Cina un elemento fondamentale su cui orientare la politica estera del paese.

Nel dipanarsi della crisi nordcoreana, la collaborazione tra la Russia e la Cina è stata evidente: la
crisi rischiava di portare la regione in una guerra potenzialmente nucleare. La scelta nucleare della
Corea del Nord è dovuta a duplici cause:

• A livello internazionale: lo scenario internazionale, dalla fine degli anni Ottanta, con i suoi
cambiamenti repentini (l’ascesa di Gorbačëv in Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda, il
crollo dell’Unione Sovietica, il riavvicinamento della Cina al Giappone e alla Corea del Sud), ha
privato la Corea del Nord dei suoi punti di riferimento, facendogli percepire un aumento della
minaccia della sua sopravvivenza. La percezione che la Corea del Nord fosse uno stato fallito e
sull’orlo del fallimento era diffusa nelle capitali occidentali, in Cina, in Russia e nella Corea del Sud.
Una catastrofe si verificò e fu la carestia autoindotta dal regime
• A livello interno: la Corea del Nord attraversò una crisi di transizione legata alla trasformazione
del sistema in una monarchia totalitaria comunista. Mentre il quadro internazionale mutava così
velocemente, il primo Kim, il fondatore della Corea del Nord, cercava di trasmettere il proprio
potere al figlio, un’operazione non gradita nel paese.

Lo scopo della strategia della Corea del Nord di sviluppare un progetto nucleare militare era ottenere la
garanzia della sopravvivenza del regime, scoraggiando i potenziali aggressori, proteggendo l’isolamento del
paese e utilizzando le capacità nucleari come un’arma di ricatto per ottenere concessioni dalla comunità
internazionale. L’isolamento della Corea del Nord è stato selettivo: a momenti di totale chiusura si sono
alternati momenti di collaborazione con alcuni paesi, come la Cina e la Corea del Sud.

Il disastro della gestione della crisi nucleare nordcoreana stride rispetto alla gestione della crisi iraniana.
L’IAEA ha affermato che l’Iran sta ottemperando alle prescrizioni dell’accordo, dalla consegna del
materiale fissile allo smantellamento delle centrifughe alla chiusa di impianti e laboratori. Perchè il
successo conseguito in Iran non è stato replicato in Corea del Nord? A causa della mancanza di un’unità di
intenti tra i principali attori della comunità internazionale. Nessuna crisi come quella nordcoreana
testimonia la fine imminente dell’ordine internazionale liberale. I tre grandi coinvolti nella vicenda non
hanno cooperato tra loro. Dal momento che è un caso di proliferazione nucleare, la mancata cooperazione
è molto grave. Il Trattato di non proliferazione nucleare esisteva anche nei peggiori momenti della Guerra
Fredda. Violazioni al Trattato ce ne sono state, ma nessuna alimentata dalle due superpotenze. Israele fu il
primo dei paesi a realizzare il programma nucleare con l’aiuto della Francia. L’India e la Pakistan
l’ottennero in autonomia, così come la Corea del Nord. Cosa ha portato alla divisione delle grandi potenze
di fronte agli sforzi della Corea del Nord? La divergenza nelle politiche dei tre grandi (gli Stati Uniti, la
Russia e la Cina). Dopo il lancio di diversi missili, gli Stati Uniti risposero con una ferma reazione, mentre la
Cina e la Russia proponevano una mediazione che portasse alla cessazione delle provocazioni
nordcoreane. Qui si palesa come l’interesse
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cinese e russo di allontanare gli Stati Uniti dall’Asia orientale, interesse condiviso anche dalla Corea del
Nord, prevalga sull’interesse comune ai tre grandi di evitare il conflitto nella regione. La Cina aveva
cercato di trattenere la Corea del Nord dall’intraprendere la costruzione dell’arma nucleare.

La Cina avverte il peso della presenza americana nella regione e del peso che gli Stati Uniti giocano
nell’impedirle di conseguire un’egemonia sul Pacifico orientale e sul Mar della Cina. Gli Stati Uniti hanno
accentuato la propria politica di confronto con la Cina e la Cina ha mostrato insofferenza verso l’assertività
americana. Entrambe le potenze cercano di utilizzare la pedina nordcoreana per conseguire i propri
obiettivi. Gli Stati Uniti vogliono dimostrare di essere in grado di tutelare i propri alleati e vogliono
riaffermare il proprio ruolo di overseas balancer in Asia orientale. Un’azione di contenimento della
minaccia nordcoreana che avvenisse sotto la guida americana, costituirebbe un motivo di attrazione verso
gli Stati Uniti dei paesi dell’area, che sono preoccupati dell’aumento della potenza cinese. La Cina non può
accettarlo: la Cina, in questi anni, ha cercato di dimostrare di essere una potenza affidabile, la cui crescita
economica, politica e militare non costituisce una minaccia. “Armonia” è stata la parola d’ordine della
comunicazione politica cinese verso il mondo esterno. La presenza americana nella regione è stata
funzionale a ciò perché ha tranquillizzato i vicini della Cina, ma ora non è più così perché la Cina vuole far
crescere il suo status e deve sostituirsi agli Stati Uniti come leader regionale. Il fallimento degli Stati Uniti
sul dossier nordcoreano rappresenterebbe un successo per la Cina: emergerebbe un ridimensionamento
del ruolo americano nell’area e della sua credibilità nel prestare protezione ai propri alleati e
convincerebbe gli indecisi che conviene schierarsi con la Cina. Queste politiche di potenza sono
incompatibili tra loro e pericolose. La Cina non ha da guadagnare da una vittoria della Corea del Nord, ma
ne avrebbe a da guadagnare se la Corea del Nord indebolisse gli Stati Uniti; ma, se gli Stati Uniti riportasse
le proprie testate nucleari sotto il 32° parallelo, gli Stati Uniti guadagnerebbero un vantaggio nei confronti
della Cina. La Cina ha reagito duramente all’applicazione di alcune sanzioni da parte americana nei
confronti di alcune sue aziende accusate di intrattenere relazioni commerciali proibite con la Corea del
Nord. Gli Stati Uniti sanno che trovare la posizione corretta tra la fermezza e il non dover scegliere
un’azione militare incerta è difficile. La Russia, interessata a sostenere la Cina, è pronta a proporsi come
mediatore, attratta dalla prospettiva di infliggere un colpo alla leadership e al prestigio americano. Sulla
crisi nordcoreana, la convergenza di interessi tra la Cina e la Russia è forte.

Ultimamente si è parlato spesso di una “nuova Guerra Fredda” a causa delle pessime relazioni tra gli Stati
Uniti e la Russia. Bisogna, però, considerare che la divaricazione tra la politica americana e quella russa e
cinese apre uno scenario diverso da quello della Guerra Fredda. Durante la Guerra Fredda, infatti, il
confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica si concentrava sulla dimensione politico-ideologica e
strategico- militare, mentre la dimensione economica ne era esclusa perché i sistemi economici capitalista
e collettivista avevano pochi punti di contatto. Oggi, invece, la situazione vede tra attori, di cui uno è in
costante crescita, la Cina, e gli altri due in declino: l’egemone in ripiegamento strategico, gli Stati Uniti, e la
seconda superpotenza nucleare del sistema, la Russia, che è avviata verso un inesorabile declino. La Cina è
considerata il rivale degli Stati Uniti con più possibilità di sfidarne l’egemonia: la Cina, rispetto all’Unione
Sovietica, ha la possibilità di proporre un “nuovo ordine”, al cui interno la struttura economica finanziaria
della globalizzazione troverebbe una collocazione. Questo ordine internazionale perderebbe i caratteri
liberali, ma manterrebbe quelli neoliberali. Negli anni Settanta, la capacità di Nixon e Kissinger di portare
la Cina dalla parte degli Stati Uniti fu fondamentale per consentire agli Stati Uniti recuperare terreno. Oggi,
assistere a un processo inverso, desta preoccupazione: gli Stati Uniti, da molti anni, sta favorendo il
riavvicinamento della Cina alla Russia. Tutto ciò è preoccupante perché l’ordine internazionale liberale non
può essere mantenuto.

In questo contesto, è assente l’Europa. L’introversione dell’Europa non è preoccupante solo per il futuro del
progetto dell’Unione Europea, ma anche perché viene meno un attore decisivo per il sostegno all’ordine
liberale e priva gli Stati Uniti di un partner politico e militare, ma è la deriva americana che costituisce il
principale ostacolo al mantenimento dell’ordine internazionale liberale.

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4) Il terrorismo, la polverizzazione della minaccia e il disastro mediterraneo

La polverizzazione e la privatizzazione della minaccia all’ordine internazionale è un fenomeno


qualitativamente nuovo: è comparso all’inizio del XXI secolo, quando il sistema internazionale era ancora
unipolare, ed ha assestato un duro colpo all’ordine liberale, avendone attaccato la dimensione securitaria.
La natura terroristica dell’attacco, portato dalla periferia al centro del sistema e la condanna che attirò,
sembrarono rafforzare la legittimità dell’egemonia americana.

Il decennio precedente aveva visto una forte crescita economica. Il rallentamento dell’economia
americana e il perdurare della disoccupazione avevano determinato la sconfitta alle elezioni del 1992di
George H. Bush, colui che aveva gestito la fine della Guerra Fredda e che aveva guidato la coalizione
internazionale nella guerra contro l’Iraq per la liberazione del Kuwait (1990 – 1991). Il suo successore, Bill
Clinton, si concentrò sui temi economici della ripresa e della lotta alla disoccupazione, tralasciando
sostanzialmente la politica internazionale. Il fallimentare intervento in Somalia aveva rafforzato la
posizione non interventista del presidente degli Stati Uniti, ma il conflitto nell’ex Jugoslavia spinse gli Stati
Uniti a prendere il controllo delle operazioni militari in Bosnia, per arrivare al processo di pace di Dayton
(1996). Gli anni di Clinton furono l’apogeo della potenza americana, ma questa superiorità assoluta venne
sprecata, soprattutto in termini della strutturazione del nuovo ordine economico e finanziario globale.

Gli attentati dell’11 settembre ruppero l’invulnerabilità degli Stati Uniti e produssero un’ondata di
solidarietà che circondò l’inizio della guerra in Afghanistan nel 2001, ma la guerra in Iraq contro Saddam
Hussein del 2003 fece perdere agli Stati Uniti il surplus di legittimità guadagnato. L’intervento in Iraq
suscitò critiche anche tra gli alleati, soprattutto da parte di Germania e Francia, apparendo come una
manifestazione di ὑβρις imperiale e alimentò il terrorismo.

L’ISIS, protagonista della provvisoria territorializzazione del terrorismo islamista con l’istituzione del nuovo
Califfato e ispiratrice degli attentati che hanno colpito l’Europa e i paesi arabi, nacque come spin-off di Al-
Qaeda nello Sham, a sua volta evoluzione irachena dell’organizzazione di Osama Bin Laden fondata da al-
Zarqawi dopo l’invasione americana dell’Iraq (2003).

L’amministrazione di George W. Bush fece del terrorismo di matrice islamista il nemico pubblico dell’intera
civiltà e della War on Terror lo schema di ordinamento del mondo, ma senza grandi risultati. Con l’11
settembre si era passati dalla “pace del terrore” della Guerra Fredda, caratterizzata dall’impossibilità della
guerra, fondata sulla deterrenza, alla “guerra al terrore”, nella convinzione che questa debba essere
combattuta e vinta. La griglia interpretativa della guerra al terrore è centrale per tutte le amministrazioni
americane che si sono succedute dopo l’11 settembre.

La minaccia terroristica ha ritardato la questione della crisi e del superamento del ruolo dello stato. Lo
stato ha perso molti dei ruoli che aveva acquisito, ma ha mantenuto il ruolo di proteggere i cittadini dai
pericoli violenti dall’interno e dall’esterno dei propri confini (Andreatta): il terrorismo ha rilegittimato la
funzione dello stato e la sua insostituibilità nel campo della sicurezza. Solo lo stato gode del monopolio
dell’uso legittimo della forza perché le organizzazioni internazionali non sono dotate di proprie forze
militari e contano su quelle degli stati membri, mentre i gruppi subnazionali che usano la forza, lo fanno
contro la legge.

La legittimità dell’ordine internazionale liberale è stata erosa dalla natura non decisiva dimostrata dalla
forza militare americana nel chiudere vittoriosamente le guerre in Afghanistan e in Iraq, dal ricorso
necessario al sostegno degli alleati, dall’indecisione mostrata nel trovare una via d’uscita dal caos provocato
dagli interventi militari. La capacità decostruttiva dell’ordine liberale messa in atto dal terrorismo di matrice
islamista sta nell’inefficacia della reazione e degli strumenti usati per debellarlo.

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Le sfide costituite dalla divergenza delle politiche delle grandi potenze e dalla persistenza delle minacce
asimmetriche rappresentano fenomeni, la cui insistenza sul Mediterraneo è evidente. Dopo il 1989, il
Mediterraneo rappresentava la retrovia strategico delle operazioni militari americane in Medio Oriente.
Successivamente ha nuovamente assunto centralità nella dinamica della sicurezza occidentale: mentre gli
Stati Uniti si riorientavano verso l’Oceano Pacifico e Indiano, il Mediterraneo ricominciò a essere cruciale. È
un’interdipendenza securitaria acuita dal collasso di alcuni stati (Libia e Siria), dalla diffusione della minaccia
terroristica e dalla crescita delle migrazioni incontrollate.

In questo scenario si verifica il ritorno della Russia nel Mediterraneo, che appare nuovamente contendibile.
Nel risorgere della tensione geopolitica con la Russia, i fronti della contesa sono due:

◆ Il Mar Baltico: la NATO e la Russia sono a contatto e ogni azione rischia di provocare
un’escalation pericolosa. In questo risiede il motivo della deterrenza in quella
regione.
◆ Il Mediterraneo: alcuni paesi terzi offrono la chance di un’azione strategica indiretta, volta
a indebolire l’avversario. È l’Occidente che può perdere di più a causa della posizione
semi- egemonica che aveva assunto dei confronti degli stati a sud del Mediterraneo.
Questo offre ai paesi meridionali della NATO per spingere l’Alleanza a valutare
diversamente quest’area, che non è più un fronte secondario, ma la zona sulla quale
potrebbero essere indirizzate le manovre russe per indebolire la NATO.

Negli ultimi anni, il caos mediterraneo ha assunto i sembianti dell’emergenza profughi, cioè il ritardo con il
quale si è tentato di adottare le misure necessarie per fornire una cornice legislativa e legale al crescente
flusso di persone che, per sfuggire a persecuzioni etniche, politiche, religiose, alla guerra, si è riversato nel
Mediterraneo centrale. Il fatto che delle norme europee, scritte in tempi diversi di fronte a sfide diverse,
siano state usate per rifiutarsi di affrontare collettivamente una crisi che riguarda i confini dell’Unione
Europea, scaricandone i costi sui singoli paesi (Spagna, Grecia e Italia), ha assestato un colpo alla credibilità
della solidarietà europea.

o La revisione del Trattato di Dublino potrebbe essere l’unico modo per impedire che la politica
del “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) di rifiutare
qualunque ipotesi di ricollocamento dei migranti richiedenti asilo finisca con la rottura della
solidarietà europea.
o L’altra modalità sarebbe porre la questione di una comune frontiera europea, la cui vigilanza
e sicurezza ricadano su tutti gli stati membri e a cui tutti debbano partecipare nella
dimensione securitaria e umanitaria della gestione dei flussi migratori.

Chi oggi, come l’Italia, è vittima della mancanza di solidarietà, è colpevole di aver pensato di poter
aggirare degli accordi insostenibili nel nome di un’emergenza la cui imprevedibilità era esaltata dai ritardi
nell’allestimento dei centri di accoglienza, identificazione e rimpatrio. Nel 2017 il ministro degli Interni
Minniti, che ha promosso un intervento legislativo per colmare il vuoto in cui si muovevano le agenzie
private che soccorrevano i migranti, ha ricevuto pesanti critiche. La misura è stata vista come insufficiente
per cacciare i migranti, piuttosto che ostile alle ONG, ma cercava solamente di fornire delle norme alle
quali si dovessero attenere coloro che usavano dei porti italiani per far sbarcare i migranti. Questa
legislazione teneva in considerazione che l’Italia rischia di diventare un campo profughi ingovernabile, in
grado solo di alimentare xenofobia e razzismo. Limitare gli sbarchi, identificare e controllare i nuovi
arrivati sono passi necessari per costringere l’Unione Europea a collaborare. Con gli accordi tra il governo
italiano e le autorità libiche, il flusso degli sbarchi è diminuito e la gestione dello sbarco dei migranti
tornava dalle ONG alle autorità di polizia. Il problema non è stato risolto in modo definitivo, ma dimostra
che si può uscire dalla logica dell’emergenza. I risultati sono stati ottenuti anche con il finanziamento alle
operazioni di identificazione dei migranti e di verifica della loro condizione di richiedenti asilo in territorio
libico: ciò porta a un aumento dell’efficienza delle forze di sicurezza libiche e al miglioramento dei centri
dove i migranti vengono ospitati. Lo sforzo finanziario è necessario anche nei confronti dei paesi dove
passano le rotte dei
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migranti, prima di arrivare in Libia. I paesi di transito sono danneggiati dall’attraversamento dei migranti: si
verifica la creazione di una fascia crescente della popolazione che vive dei proventi delle azioni criminali.

Con il termine radicalizzazione s’intende il processo graduale con cui un individuo abbraccia un
sistema valoriale incompatibile con la società in cui vive, perseguendo, anche con la violenza, il

cambiamento sociale (Allen). Nel percorso di radicalizzazione, l’individuo delle trasformazioni cognitive
che lo portano a legittimare la violenza e il suo impiego a fini politici (Ashour). La radicalizzazione genera
un divario ideologico, creando una divisione dalla società (Khosrokhavar). La radicalizzazione può essere
ispirata da qualunque ideologia estremista, ma oggi si vede nella radicalizzazione islamista di matrice
jihadista la principale minaccia alla sicurezza.

Con il termine “islamismo” o “islam politico” si fa riferimento a un progetto ideologico – politico che ha il
fine di costruire un ordine politico e giuridico basato sulla shari’a, la legge islamica (Mandaville).
L’islamismo si colloca nel XX secolo e due egiziani furono i suoi precursori:

• Hassan al-Banna (1906 – 1949): fu l’ideologo e il fondatore della Fratellanza


Musulmana, un’organizzazione che venne repressa dal regime di Gamal Abdel Nasser.
• Sayyed Qutb (1906 – 1966): egli affrontò il tema del cambiamento sociale. Di fronte a uno stato
laico così violento, egli invoca la necessità di una rivoluzione islamica che rovesci i governi arabi
sostenuti dall’Occidente, anche con l’uso della forza e la pratica del takfir, cioè l’accusa di
apostasia rivolta a musulmani il cui comportamento viene visto non in linea con i precetti
dell’Islam.

La transizione dell’islamismo politico verso l’adozione di forme di lotta radicale che contemplano l’uso
della forza è successiva alla repressione dei regimi al potere. L’equivalenza tra islamismo e radicalità è
sbagliata: se perseguito con mezzi leciti, un programma radicale non deve essere criminalizzato in una
società liberale. Fu la natura liberticida, cleptocratica e criminale dei regimi che governano i paesi a
maggioranza islamica ad alimentare l’islamismo radicale.

Il pensiero di Qutb, nella matrice più eversiva, ebbe influenza su buona parte del movimento islamista,
ampliatasi dopo la sconfitta del 1967 da parte di Israele (Kepel). Una versione simile di islamismo si sviluppò
nell’Iran sciita dove, nel 1979, Khomeyni instaurò la repubblica islamica, ispirandosi anche a Ali Shariati,
autore di una sintesi tra islamismo e marxismo, la cui idea principale era la ricostruzione del vero Islam, che
per lui combaciava con l’Islam delle origini. Khomeyni riprese da Shariati l’idea dell’Islam come strumento di
lotta degli oppressi contro gli oppressori.

Negli anni Ottanta, la corrente qutbista si combinò con il salafismo. I salafiti assegnano al testo un primato
assoluto rispetto all’interpretazione: ciò costituisce il loro essere fondamentalisti, che non implica la
necessaria violenza. I salafiti, a differenza degli altri movimenti rigoristi sunniti, ritengono che l’accesso al
testo debba avvenire senza mediazioni. Il salafismo preferisce la predicazione religiosa piuttosto che l’azione
politica, ma, dopo l’incontro con il qutbismo, si è sviluppata al suo interno una componente che ha
sviluppato intenzioni politiche incentrate sul rovesciamento violento dei regimi moderati e repubblicani, da
cui è nato il salafismo jihadista, a cui fanno riferimento Al- Qaeda e l’ISIS.

Il movimento jihadista è vario al suo interno: rappresenta una rivisitazione della tradizione in chiave
moderna del significato di jihad (Redaelli). Tra le divisioni interne, c’è quella che oppone i sostenitori della
lotta al nemico vicino (i regimi del mondo islamico) rispetto a quella rivolta verso al nemico lontano
(l’Occidente). La maggioranza dei gruppi jihadisti sono sunniti.

Hezbollah, il partito-milizia sciita libanese, è spesso presentato come un’organizzazione terroristica, ma


non è così: sebbene faccia ricorso a modalità d’azione terroristiche, è un movimento di resistenza nato
per reagire alle invasioni israeliane e per dare rappresentanza politica e sociale agli sciiti libanesi.
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Il sedicente Stato islamico è uno degli esempi di maggior successo del jihadismo globale. La sua ideologia ha
fatto proseliti in paesi dove l’Islam è la religione maggioritaria e in paesi occidentali. Alcuni dei suoi soldati
fanno parte di gruppi strutturati, mentre altri lo sostengono senza aderire formalmente.

In Italia, la radicalizzazione e la comparsa dei primi allarmi legati al jihadismo risalgono agli anni Novanta
quando, durante la guerra in Bosnia, l’imam Anwar Shaaban era l’emiro di tutti i foreign fighters impegnati
nel conflitto balcanico. Dopo questi eventi, non si è palesata la minaccia costituita da network esterni
grazie all’attività investigativa e repressiva delle autorità italiane nei confronti delle prime organizzazioni e
alla non crescita di gruppi autoctoni. Verso la fine dello scorso decennio, i servizi di intelligence hanno
segnalato l’eventualità che immigrati di seconda generazione potessero intraprendere la via della violenza
jihadista, dopo un percorso di radicalizzazione. Hanno evidenziato anche la crescita di una nuova
generazione di estremisti islamici meno collocati all’interno di organizzazioni strutturate, avvicinatasi
singolarmente al credo jihadista (Vidino). I casi jihadisti e foreign fighters italiani sono stati limitati e dai
profili variegati, di cui due hanno colpito maggiormente l’opinione pubblica: il caso di Maria Giulia Sergio,
la ragazza che, dopo essersi sposata con un jihadista albanese, si era convertita all’Islam e poi era fuggita
nel Califfato; il caso del kick boxer Abderrahim Moutaharruk, che si presentava sul ring con la bandiera
dell’ISIS. Per spiegare il fenomeno sono state avanzate diverse teorie:

a) Alcune si concentrano su fattori strutturali, come tensioni politiche e conflitti culturali a


livello interno e internazionale.
b) Alcune si concentrano sui fattori psicologici e personali, legati all’età giovane in cui avviene
il processo di radicalizzazione.
c) Alcune teorie, formulate per spiegare la radicalizzazione dei musulmani europei, enfatizzano
la ricerca d’identità, la discriminazione o il disagio economico (Dalgaard-Nielsen, Kepel).
d) La testi di Olivier Roy parla di “islamizzazione della radicalità”: l’islamismo violento è la
principale offerta che incontra la domanda di protesta radicale, frutto del disagio giovanile.

Le seconde e le terze generazioni sperimentano un “doppia assenza”, una situazione in cui non si è più
stranieri ma neanche cittadini. si crea un vuoto identitario che la militanza jihadista colma, grazie alla sua
capacità di offrire punti fermi all’indeterminatezza dell’esistenza (Guolo). L’Islam radicale consente di far
coesistere il rifiuto della società occidentale e il ripudio della tradizione religiosa e culturale della famiglia
d’origine, fornendo una nuova identità.

Basandosi sul numero di arresti di foreign fighters, in Italia la dimensione del fenomeno è ridotta: tra il 1°
gennaio e il 25 ottobre 2016 ci furono 34 arresti e 57 espulsioni, mentre i foreign fighters collegabili
all’Italia erano 110. Più alti erano i numeri collegabili agli altri stati europei: 1500 in Francia, 1000 in
Germania, 500 in Belgio, 300 in Austria e diverse centinaia nei paesi Scandinavi. Sono state avanzate
diverse ipotesi sull’anomalia italiana:

• Filone demografico – sociologico: la storia d’immigrazione verso l’Italia è più recente e le seconde
e le terze generazioni, più vulnerabili alla propaganda jihadista, sono scarse. Inoltre, le comunità
originarie dei paesi islamici non sono le più numerose e sono più eterogenee rispetto alla Francia
o alla Germania e in Italia non ci sono quartieri – ghetto a maggioranza islamica. In Italia esistono
delle organizzazioni musulmane di impronta nazionale e governativa, che sono impegnate nella
mobilitazione antiradicale, e le organizzazioni salafite o islamiste militanti sono poche. La
struttura della società italiana ha fatto in modo che gli altri gruppi venissero accolti da una
benevola negligenza, sentimento che oggi è cambiato a causa della politicizzazione della
questione.
• Filone legato alla risposta dell’apparato antiterrorismo italiano: l’azione dell’intelligence italiana è
molto efficace, anche grazie per l’esperienza antiterrorismo maturata nei decenni e per la lotta
alle organizzazioni mafiose. Inoltre, il livello di collaborazione tra le diverse forze di polizia e
l’intelligence è elevato. L’espulsione dal territorio nazionale di soggetti stranieri per motivi di
ordine pubblico e sicurezza è stata utilizzata con efficacia.
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Il vantaggio di una minore presenza di generazioni a rischio di radicalizzazione si esaurirà in pochi anni.
L’espulsione degli individui considerati in procinto di passare all’azione sarebbe inapplicabile ai cittadini
italiani e questo potrebbe essere un problema, perché la maggior parte degli attentati avvenuti in Europa
sono stati fatti da cittadini europei. La cittadinanza non può essere revocata.

Fondamentali per non far cadere nella radicalizzazione sono i luoghi di socializzazione nei quali prevale
l’identità di classe rispetto all’identità religiosa o nazionale.

A livello internazionale, bisogna ricordare che il ricorrere di interventi militari occidentali nei conflitti civili in
paesi a maggioranza musulmana offre elementi di propaganda ai jihadisti e anche che, finché il mondo
islamico sarà caratterizzato da governi autocratici e dall’esclusione dei cittadini dalla politica, difficilmente il
messaggio dell’islamismo politico, anche radicale, non sarà ascoltato.

5) La deriva degli Stati Uniti da Obama a Trump: da egemone riluttante a potenza revisionista

Con la crisi iniziata tra il 2007 e il 2008, si è assistito al primo attacco alle fondamenta dell’ordine liberale,
proveniente dal centro del sistema. La crisi, iniziata nel secondo biennio della presidenza di George W.
Bush, ha evidenziato l’incapacità degli Stati Uniti di tenere in ordine i rapporti tra l’economia finanziarizzata,
il turbocapitalismo e l’equilibrio politico sociale. Gli Stati Uniti, a poca distanza dalla Grande Crisi del 1929,
hanno esportato il proprio disordine verso l’intero sistema dell’economia globale. La crisi americana è
scaturita dall’eccesso di debito privato e dall’insolvenza, che derivava dal credito troppo facilmente
concesso; la crisi europea è scaturita dall’eccesso di debito pubblico, dovuto alla concessione del credito ad
alcuni paesi da parte delle banche internazionali. Entrambe le crisi hanno dovuto alimentare i consumi
attraverso l’indebitamento privato negli Stati Uniti e pubblico in Europa.

La crisi è stata così devastante nell’Occidente da aver mostrato che la globalizzazione ha prodotto una
polarizzazione della ricchezza. Quello neoliberale può essere interpretato, secondo Harvey, come:

o Un progetto utopistico per realizzazione un disegno teorico, volto alla riorganizzazione


del capitalismo internazionale.
o Un progetto politico indirizzato al ristabilimento delle condizioni di accumulazione
del capitale e alla restaurazione del potere delle élite economiche.

L’idea che basti mettere in campo diritti di proprietà sempre meglio garantiti, mercati sempre più liberi e
una concorrenza sempre più pura per creare una società giusta e prospera è un’illusione (Piketty).

Si sta assistendo a una fase di cambiamento del capitalismo, iniziata negli anni Novanta, quando il sistema
produttivo ha subito un cambiamento caratterizzato dall’innovazione tecnologica, nella forma di una
rivoluzione dell’informazione. Ciò ha comportato una crescente necessità di capitale per alimentare
l’innovazione. L’innovazione tecnologica, di per sé positiva, ha generato dei profitti che sono stati usati per
remunerare il capitale investito, piuttosto che il lavoro impiegato, provocando anche uno stravolgimento del
ruolo dello stato, che continua a intervenire nell’economia, sostenendo non i lavoratori, ma le imprese
(Fana). È stata un’inversione di tendenza rispetto ai decenni passati della ripartizione tra capitale e lavoro
dei profitti derivanti dagli aumenti di produttività, generati dall’innovazione tecnologica (Harvey).

L’impatto della robotizzazione e della digitalizzazione sul mercato del lavoro non è chiaro. Gli esperti si
dividono tra:

• Ottimisti: si produrrà un effetto analogo a quello della rivoluzione industriale, con un


ricollocamento della manodopera nei settori più produttivi e con salari più alti.

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• Pessimisti: si ripeterà il sentiero dell’ultima rivoluzione informatica.


Secondo una ricerca della società americana Forrester, entro il 2025 la digitalizzazione rimpiazzerà
negli Stati Uniti il 16% dei lavoratori umani con robot, automazione e intelligenza artificiale.

Per Moshe Vardi, entro il 2045 i robot sostituiranno l’uomo nella maggior parte delle attività
lavorative, portando a un tasso di disoccupazione superiore al 50%.

Nel Rapporto McKinsey si evidenzia come, per i paesi del G19 più la Nigeria, a fronte di un trend che tra il
1964 e il 2014 vedeva una crescita della produttività annua dell’1,8% quasi eguagliata da una crescita
media annua dell’occupazione dell’1,7%. Il trend stimato per il periodo tra il 2015 e il 2065 vede una
crescita della produttività tra lo 0,9% e l’1,5% con un aumento dei posti di lavoro pari allo 0,1%.
Considerando che la popolazione globale non diminuirà, il problema di una jobless growth, cioè una
crescita economica che non crea posti di lavoro, è drammatico poiché pone la questione di come
assicurare il sostentamento alla popolazione che non avrà un lavoro. Una delle sfide sarà assicurare che i
salari per i nuovi tipi di impiego che saranno creati siano abbastanza alti per prevenire l’erosione della
quota di salari del PIL.

La nuova economia finanziarizzata è caratterizzata da un’insufficienza costante del capitale e un’eccedenza


di lavoro. In questa situazione, in cui i redditi reali si contraggono, l’unica alternativa per consentire la
quieta sociale è il mantenimento dello standard di consumi attraverso l’abbassamento dei prezzi di diversi
beni e servizi e il loro sostegno attraverso l’indebitamento privato (la via americana) o pubblico (la via
europea). È un fenomeno in cui gli investimenti finanziari sono remunerati più di quelli produttivi. Quando
il tasso privato del capitale è a lungo molto superiore del tasso di crescita del reddito e della produzione, il
sistema economico viene destabilizzato e le diseguaglianze crescono, minacciando le società democratiche
e i loro valori.

Donald Trump ha vinto grazie alla promessa di provare a destrutturare dal suo interno l’ordine liberale, a
partire dall’impegno di riportare posti di lavoro, produzione e profitti negli Stati Uniti. A differenza di
Hillary Clinton, non negava il problema degli squilibri prodotti da una globalizzazione economica e
finanziaria lasciata alla mercé dei più ricchi, che non riconosceva che questa fase dello sviluppo economico
capitalista avesse privilegiato solo alcuni settori della popolazione.

Donna Brazile ha le prove che Hillary Clinton ha truccato le primarie democratiche per le presidenziali del
2016. Bernie Sanders avrebbe potuto vincere le primarie e anche diventare presidente degli Stati Uniti
(Parsi).

Gli Stati Uniti di Trump si propongono per la prima volta come una potenza revisionista del sistema. Il
problema è che Trump dà l’impressione di voler scaricare verso l’esterno le contraddizioni del rapporto
tra democrazia, politica e capitalismo finanziario. La minaccia di imporre dazi o limitazioni alle
importazioni di prodotti da parte di alcuni paesi (Messico, Cina, Germania e altri) potrebbe dare luogo a
delle pericolose ritorsioni, che potrebbero rallentare la ripresa economica. Il carattere unilaterale
dell’azione americana e i toni polemici con cui viene proposta impediscono di concepire una strategia
coordinata tra paesi alleati volta alla riforma del sistema.

Rompere il dogma che la massima apertura dei mercati di beni e servizi e l’incondizionata mobilità del
capitale rappresentino un bene per l’economia di mercato sarebbe utile, ma a condizione che ciò
avvenisse in modo coordinato e multilaterale.

Il turbocapitalismo e l’iperglobalizzazione hanno rotto l’alleanza tra la democrazia e il mercato,


smantellando la società di mercato, descritta da John Ruggie, che ha segnato la storia della crescita
dell’economia e della diffusione del benessere nelle società del dopoguerra (Colgan e Keohane). Una
reazione per frenare la deriva sempre più oligarchica assunta dal capitalismo dovrebbe partire dal centro
del sistema, attraverso una revisione delle norme che regolano l’economia globalizzata: non si tratta di
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ripristinare il protezionismo o il sovranismo, ma di procedere verso un’economia meno fuori controllo e


più al servizio dell’uomo.

Si sta producendo la plutocratizzazione della democrazia e la diffusione di movimenti populisti, che sono
due modi diversi di affrontare il problema dello scambio tra globalizzazione e democrazia. La plutocrazia
cerca di mantenere la globalizzazione sacrificando elementi fondanti della democrazia, mentre il
populismo cerca di preservare un simulacro di democrazia, riducendo l’esposizione alla globalizzazione
(Milanovic).
L’elezione di Trump è un tentativo di fusione di queste due tendenze.

La contestazione da parte dell’amministrazione americana di Donald Trump dell’importanza delle


istituzioni centrali per la difesa della dimensione politica liberale dell’ordine mondiale è la conseguenza di
una strategia di attacco alla globalizzazione, che si limita a scaricarne i costi verso l’esterno.

Nel sogno isolazionista di Trump non esistono alleati e rivali, ma solo stranieri e concorrenti sleali: è una
semplificazione che porta a valutare le alleanze e la loro utilità in termini contabili. Ora è evidente che i
paesi europei dovrebbero rispettare gli impegni di contribuire finanziariamente in misura maggiore ai costi
della difesa comune: le alleanze sono stipulate per rendere i paesi più forti, grazie alle relazioni politiche e
militari istituzionalizzate. La rete delle alleanze americane, di cui la NATO è la più rilevante politicamente e
militarmente, è la base su cui si fondano l’egemonia degli Stati Uniti e la stabilità dell’ordine internazionale
liberale.

Come sostenuto da Raymond Aron, la pace egemonica e la pace di equilibrio possono convivere. La stabilità
internazionale contemporanea ha poggiato sull’egemonia statunitense, mentre quella regionale è risieduta
nell’equilibrio, cioè la capacità di contenere gli sforzi delle potenze revisioniste di modificare l’equilibrio
complessivo del sistema attraverso una strategia incrementale, fatta di sfide portate in periferia rispetto al
centro del potere americano.

Grygel e Mitchell sostengono che sia soprattutto nelle zone che Spykman definì rimlands, cioè le aree
periferiche poste a ridosso delle potenze autoritarie di Cina e Russia, quindi l’Estremo Oriente e l’Europa
centro-orientale e il Levante, che, in caso di tensioni regionali, il ruolo degli alleati statunitensi si
rivelerebbe cruciale, in quanto sarebbero i primi che potrebbero opporsi alle potenze sfidanti e
mantenere l’ordine del sistema.

Se vuole continuare a massimizzare la tenuta dello status quo e minimizzare i costi, l’egemonia americana
deve configurarsi come una leadership benevolente (Snidal), in grado di rappresentare una credibile
deterrenza contro le minacce, di distribuire i dividendi di potere tra alleati e di favorire la
compartecipazione al mantenimento dell’equilibrio. Questo è uno dei motivi per cui, quando gli Stati Uniti
sono percepiti come mossi solo dal proprio tornaconto, le fonti della loro egemonia si prosciugano (Nye).

Negli ultimi anni, la Russia e la Cina hanno intrapreso un rafforzamento militare e di iperattività in politica
estera con la pratica del probing, cioè la politica di portare sfide limitate e periferiche nei confronti degli
Stati Uniti per verificarne la volontà e la credibilità di reazione per mirarne il prestigio (Grygel e Mitchell).

A partire dalla presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno concentrato sempre meno risorse a supporto della
vacillante economia domestica, sacrificando le risorse dedicate alla politica internazionale: questo ha
diffuso la percezione che l’egemonia statunitense fosse in fase di contrazione. Dovendo ostacolare la
diffusione di questa percezione, si è tentato d’integrare le potenze autoritarie, attribuendo loro il ruolo di
responsible stakeholders, nel sistema statunitense di sicurezza internazionale. Queste politiche iniziano a
mostrare la realtà a causa del minor commitment delle autorità russe e cinesi a condividere gli obiettivi
dell’ordine internazionale liberale. La Russia e la Cina hanno rafforzato le proprie ambizioni e la fiducia degli
alleati negli Stati Uniti si è indebolita, con il rischio di compromettere la promessa americana di una
deterrenza capace di garantire la stabilità del sistema.
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Dalle politiche messe in atto dall’amministrazione Trump emerge la tentazione verso una grand strategy
americana basata sull’isolazionismo e sul navalismo di stampo mahaniano. Ciò è pericoloso, se si considera
che la storia delle grandi potenze europee ha dimostrato che non basti solo una forte flotta per controllare
il sistema politico internazionale, ma sia necessaria la collaborazione terra – mare, ottenibile solo con le
alleanze.

Gli stati, soprattutto quelli piccoli, seguono i propri interessi: sono disposti ad abbandonare le politiche di
bilanciamento nei confronti delle potenze emergenti se ritengono che i vantaggi della lealtà verso l’ordine
esistente (quello liberale) e verso il suo garante (gli Stati Uniti) siano inferiori rispetto a quelli derivanti da
un riallineamento alle potenze sfidanti (la Cina e la Russia). Secondo la teoria di Schweller, il confine tra stati
“agnello” (le piccole e medie potenze alleate delle grandi potenze tutrici dell’ordine, i “leoni”) e stati
“sciacallo” (le piccole e medie potenze allineate con le grandi potenze revisioniste, i “lupi”) è molto labile.
Se gli Stati Uniti allentassero ulteriormente il legame con gli alleati, questi potrebbero ritenere più
vantaggioso cambiare schieramento, accelerando la crisi del sistema dell’ordine incentrato sugli Stati Uniti.

L’amministrazione Trump oscilla tra due opposte posizioni:

1. Il ricercare grandi accordi (big-power bargaining) con i rivali, anche a scapito degli alleati. È una
situazione rischiosa perché alcuni degli sfidanti, tra cui la Russia, cullano dei risentimenti storici
e desideri di cambiamento del sistema post Guerra Fredda. La peggior combinazione possibile
che questa strategia potrebbe produrre sarebbe quella di una pressione dei rivali sulle alleanze
americane che operasse insieme al tentativo di disgelo attuato dagli Stati Uniti: ciò peserebbe
sul senso di sicurezza degli alleati, che potrebbero dubitare della volontà americana di
proteggerli (abandonment dilemma).
2. Il ritirarsi nel Nord America e condurre una strategia di offshore balancing, alleviando la
pressione geopolitica e risparmiando risorse. Così si sposterebbe il focus dell’impegno dagli
alleati (la protezione) ai rivali (il confronto). Il beneficio di questa scelta sarebbe solo
temporaneo perché:
1. Il valore della deterrenza per la difesa degli alleati e i vantaggi di un bilanciamento da
parte gli Stati Uniti e dei loro alleati nei confronti dei rivali, una volta persi, non sarebbero
facilmente rimpiazzabili.
2. Il risparmio economico di una scelta neoisolazionista sarebbe riassorbito dalla
riqualificazione della difesa aereonavale, che non potrebbe più contare sulle basi
degli alleati, ma solo sul territorio statunitense.

Il rigetto del multilateralismo esprime l’idea di Trump degli Stati Uniti liberi da vincoli, idea che si traduce
nella ricerca degli accordi migliori per gli interessi americani. La spinta neoprotezionista, critica della
globalizzazione, attesta che Trump è diffidente verso la tradizionale politica di apertura dei mercati
internazionali.

L’ordine internazionale liberale è stato indebolito negli ultimi anni da avvenimenti esterni e interni: l’ascesa
della Cina e della Russia, la crisi economiche negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, la Brexit, l’ascesa del
populismo, la deriva oligarchica del mercato e delle pratiche decisionali. La presidenza di Trump introduce
l’incertezza sulla volontà degli Stati Uniti di continuare ad assumere la responsabilità di leadership globale.

La politica estera di Trump è conforme all’approccio repubblicano. L’attenzione per il dossier coreano è
importante: il programma nucleare della Corea del Nord è una minaccia per la pace mondiale e le
trattative di Obama furono inutili. La ricerca di una soluzione diplomatica non ha alternative perché è
inaccettabile che il regime di Kim Jong-un rimanga impunito nella violazione del Trattato di non
proliferazione, sebbene non l’abbia firmato, perché le altre ipotesi sono irrealistiche o pericolose. In
questa situazione, la posizione della Cina è fondamentale per svolgere il ruolo di mediatore.

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L’accostamento tra la Corea del Nord, che si rifiuta di trattare sul tema del suo disarmo nucleare, e l’Iran,
che ha stretto un accordo con la comunità internazionale per la verifica della natura esclusivamente civile
del suo programma nucleare, che ha consegnato il proprio uranio arricchito e che ha distrutto le
centrifughe, lascia interdetti. Il tentativo di far fallire il JCPOA da parte di Trump è un atto di
sopraffazione. Centrali nella visione neoconservatrice sono l’ossessione anti-iraniana, l’idolatria per
Israele, l’amicizia per l’Arabia Saudita e il disprezzo per l’Europa. Il premier israeliano Benjamin
Netanyahu è uno dei principali responsabili della deriva dello stato ebraico e del tradimento dell’idea
sionista (Benn). La corsa di Trump e Netanyahu verso il peggio potrebbe avere motivi più meschini:

• La moglie di Netanyahu è incriminata dalla magistratura israeliana di frode nei confronti dello
stato, mentre lo stesso Netanyahu è sospettato di aver ricevuto una tangente per l’acquisto di
sottomarini tedeschi (Zunini).
• Trump è inseguito dal Russiagate e c’è il rischio di un suo impeachment: se così fosse,
Trump potrebbe essere costretto a dimettersi.

Un conflitto contro un paese accusato di minacciare un disastro nucleare risolverebbe molti dei loro
problemi. La scelta di scagliarsi contro l’Iran, privo della bomba atomica e di protettori, consentirebbe
loro di conseguire l’obiettivo della sopravvivenza politica, senza doversi scontrarsi con la Corea del Nord,
dotata della bomba atomica e di un protettore importante. Sarebbe un crimine politico, ma questo non
impedirebbe la sua perpetrazione.

Gli atteggiamenti revisionisti dell’amministrazione Trump minano le fondamenta della credibilità dell’ordine
a cui sono a capo, inducono gli alleati a ritenere che il perseguimento degli interessi nazionali americani
possa avvenire a spese della loro sicurezza e dei loro diritti. L’atteggiamento incurante nei confronti dei
diritti umani riduce la capacità degli Stati Uniti di esercitare il soft power e incoraggia i dittatori a
perseverare con la repressione e l’abuso di potere. Questo scenario non è nell’interesse degli Stati Uniti e
non sostiene gli ideali di un ordine liberale.

Durante la campagna elettorale c’era l’auspicio che le relazioni tra la Russia e gli Stati Uniti potessero
migliorare, ma ciò non è avvenuta per diversi motivi, tra cui:

• Lo scoppio dello scandalo Russiagate, cioè il sospetto che la Russia abbia interferito con
le elezioni presidenziali americane, favorendo la vittoria di Trump.
• La non rimozione delle sanzioni imposte alla Russia durante l’amministrazione Obama
per l’annessione della Crimea.
• Il bombardamento americano della base aerea siriana da cui sarebbe partito
l’attacco chimico a Khan Sheikhoun.

L’attacco condotto in Siria è un’anomalia rispetto allo scetticismo dimostrato da Trump nei confronti del
ruolo degli Stati Uniti di leader del mondo libero, che comporterebbe troppi impegni. Trump si era
sempre pronunciato a favore dell’uso della forza armata sono nel caso in cui gli interessi americani
fossero stati minacciati, ma l’attacco in Siria è stato condotto in risposta a un crimine contro l’umanità. Il
neoisolazionismo di Trump non trova applicazione in Medio Oriente, dove si è impegnato per sconfiggere
l’ISIS più quanto avesse fatto Obama: sono state investite risorse nelle forze armate irachene e nelle
milizie curde.

Ora gli Stati Uniti contrastano l’espansione iraniana nella regione, controllando gli accessi al canale di Suez
e assistendo la coalizione dell’Arabia Saudita in Yemen. Nella penisola arabica, la politica di Trump ha
surriscaldato la situazione: l’Arabia Saudita ha rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, colpevole di
sostenere finanziariamente la Fratellanza musulmana e di avere rapporti con l’Iran ed Hezbollah, con il
Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto. Ciò non è stato molto gradito dagli Stati Uniti, che hanno delle
installazioni militari e navali in Qatar e in Bahrein, le quali sono dei punti nodali di CENTCOM, il Comando
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centrale delle forze armate americane dal Medio Oriente fino all’Afghanistan. L’appoggio all’Iran e alla
Fratellanza musulmana è stata una strategia del Qatar per liberarsi della pressione saudita (Kamrava) e le
manifestazioni d’indipendenza saudita sono mal sopportate dall’Arabia Saudita. Si ha notizia di un
movimento di opposizione organizzato in Arabia Saudita, chiamato “Movimento 21 Aprile”, che chiede
l’istituzione di una monarchia costituzionale, in cui il potere decisionale del sovrano sia bilanciato da un
parlamento democraticamente eletto e nel rispetto della parità di genere. Questo è qualcosa di nuovo, che
si unisce alla tradizionale protesta politica e religiosa della discriminata minoranza sciita e alla
contestazione economica. La monarchia appare sempre più divisa al suo interno, ma ha deciso di
reintrodurre i benefici finanziari e i fringe benefits di cui godono i cittadini sauditi, benefici che erano stati
tagliati dopo la bancarotta dello stato. Le vendite di quote dell’Aramco, la compagnia petrolifera nazionale,
sui mercati finanziari internazionali sono state oggetto di contestazione interna. L’Arabia Saudita, che nel
2015 aveva il terzo budget militare nel mondo, dopo gli Stati Uniti e la Russia, ha dovuto ridurlo del 30%
nel 2016.

A scuotere l’Arabia Saudita è stato il terremoto politico scatenato dall’ascesa di Mohammed bin Salman,
che ha fatto arrestare diversi principi ed ex ministri: la sensazione diffusa è che quello presentato come un
blitz anticorruzione sia un “golpe bianco”, realizzato per la sua ascesa al potere. Per costruire la sua
legittimazione politica, Mohammed bin Salman ha puntato sulla Saudi Vision 2030: un piano che prevede
per quella data lo sganciamento del paese dalle risorse energetiche e una diversificazione economica.
Mohammed bin Salman sembrerebbe intenzionato a ridurre l’invadenza della gerarchia wahhabita, la cui
influenza è aumentata dopo il 1979, anno dell’occupazione della moschea di al-Ahram da parte del
gruppo ultraradicale Sahwa, che accusava la monarchia di aver concesso agli stranieri non musulmani di
calpestare il suolo della penisola. Tornare al 1979 significa tornare all’Arabia Saudita moderata e non
come paese delle principali organizzazioni terroriste di matrice islamista: questo è fondamentale per
accreditare il nuovo profilo che Mohammed bin Salman vuole dare al paese, in preparazione alla lotta
contro l’Iran, accusato di sponsorizzare il terrore internazionale. L’escalation degli attacchi sauditi contro
l’Iran e il movimento politico-militare Hezbollah è impressionante. Dopo le dimissioni del premier
libanese Saad Hariri, motivate con l’ingerenza iraniana in Libano, le autorità saudite hanno invitato i
propri cittadini a lasciare il Libano: poco dopo le dimissioni vennero ritirate. L’apertura di un fronte
libanese potrebbe avvenire in modo coperto, con il finanziamento di attentati terroristici, data la
presenza nei campi profughi palestinesi e a Beirut di numerosi gruppi affiliati di Al-Qaeda e dell’ISIS,
oppure attraverso un’opzione militare affidata ad Israele. Il capo di stato maggiore israeliano Gadi
Eisenkot ha parlato di un’intesa totale tra Israele e Arabia Saudita quando si parla dell’Iran e delle due
mezzelune sciite (Siria e Libano; Bahrein e Yemen), che minacciano la pace regionale. Il ministero degli
Esteri israeliano ha ordinato ai suoi diplomatici all’estero di svolgere azioni di lobby in favore della politica
saudita verso l’Iran e il Libano.

Per gli Stati Uniti di Trump, l’Iran e Hezbollah sono la prima minaccia regionale e, per contrastarla, sono
disposti ad annullare il JCPOA: è una strategia pericolosa e gli Stati Uniti potrebbero essere trascinati in un
conflitto per gli interessi dei loro alleati (Parsi).

Trump ha riconfermato l’impegno degli Stati Uniti nel sostenere l’Afghanistan nella lotta contro i talebani,
ma questo potrebbe risultare difficile perché le opinioni pubbliche dei paesi della NATO sono contrarie
all’invio di altre truppe.

C’è il rischio che Trump, che voleva ridurre il livello e il costo dell’impegno americano all’estero, rimanga
bloccato in diverse guerre in Afghanistan, in Siria, in Iran, in Corea (Gordon).

Nei confronti della Cina, che Trump voleva classificare come manipolatrice di valuta e a cui minacciava di
non confermare l’adesione alla One China Policy, i fatti sono andati diversamente.

Alcune delle promesse della campagna elettorale sono state rispettate: Trump ha siglato l’ordine per
ritirare gli Stati Uniti dal Trans-Pacific Partnership (TPP), accordo commerciale di libero scambio, che
avrebbe riunito paesi delle due sponde del Pacifico. Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti
dall’Accordo di
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Parigi, accordo sul cambiamento climatico, poiché, a suo avviso, imponeva standard ambientali ingiusti
per le aziende e i lavoratori americani.

Stephen Walt sostiene un parallelo tra Donald Trump e l’ultimo Kaiser tedesco Guglielmo II. Personaggi
caratterizzati da personalità simili, nonostante il potere di Trump sia molto superiore rispetto a quello che
aveva il kaiser. Le sfide che la Germania imperiale doveva affrontare sono vicine a quelle degli attuali Stati
Uniti: l’inflazione delle minacce è endemica, l’utilità della forza è esagerata e il ruolo della diplomazia è
denigrato. Da qui nasce la distorsione della percezione che porta gli Stati Uniti a considerare le potenze di
terza categoria (la Serbia, l’Iran, l’Iraq) come se fossero pericoli mortali. Inoltre, sia la Germania di
Guglielmo II sia gli Stati Uniti di Trump hanno cercato di revisionare l’ordine internazionale. La pericolosità
sociale di Trump è caratterizzata dal cinismo, che è stato constatato quando spostò l’ambasciata
americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, provocando l’ira dei musulmani e gravi disordini a
Gerusalemme e anche una spaccatura in sede ONU: questo evento fu un regalo alla Russia, all’Iran e alla
Turchia.

6) La scomparsa del popolo: l’Occidente stretto tra il populismo identitari e sovranista e


l’oligarchia apolide e tecnocratica

Dal punto di vista interno, come conseguenza della direzione presa dall’economia di mercato negli ultimi
trent’anni, che sembra più incompatibile con la tenuta della democrazia politica, le società occidentali
appaiono colpite dalla contrapposizione tra il populismo identitario e sovranista e l’oligarchia apolide e
tecnocratica, entrambe caratterizzate dalla svalutazione del vincolo della cittadinanza.

La cittadinanza comporta dei doveri necessari per tutelare e usufruire dei diritti che comporta. Sembra che
nessuno si preoccupi dei doveri. Chi vuole restringere la cittadinanza a livello identitario, lo fa per non
spartire i diritti con i nuovi venuti, gli immigrati, i profughi e i clandestini. Chi, invece, vuole allargare a
chiunque si trovi a vivere sul territorio statale, la associa alla possibilità dei nuovi venuti di accedere ai
diritti civili e sociali e poi politici. Sia i vecchi sia i nuovi cittadini non riescono ad uscire dalla logica che
rende la cittadinanza, che è la più grande vittoria della democrazia liberale, una social card che permette
di accedere a delle prestazioni sociali e politiche. Spesso il dibattito circa la ridefinizione e delle modalità
della sua acquisizione si perde in perorazioni di principi astratti.

Il dibattito sulle nuove regole che dovrebbero definire le modalità di acquisizione della cittadinanza
nazionale è associato a una svalutazione della cittadinanza, a una scomparsa del popolo dalla centralità
dell’orizzonte politico. Nadia Urbinati parla di “democrazia sfigurata”, affrontando il tema della qualità della
democrazia da un punto di vista filosofico, trattato politologicamente da Leonardo Morlino. La politologa
vede la democrazia rappresentativa minacciata da tre deformazioni, alterando la diarchia tra opinione e
volontà, tra dibattito pubblico e decisione politica che ne rappresentano l’essenza:

1. Una concezione epistemica della democrazia, che si illude di trasformare in oggetto di conoscenza
ciò che è oggetto di valutazione. È un tentativo di depoliticizzare la democrazia, allargando il
campo e la rilevanza delle decisioni imparziali a sfavore delle valutazioni politiche.
2. Il populismo è una concezione che vorrebbe che l’opinione venisse trasformata in
decisione, raffigurando il popolo come un insieme unitario di valori, identità e storia.
3. La concezione plebiscitaria della democrazia riconosce la distinzione tra opinione e deliberazione
e vuole tenere i due ambiti separati, collegati solo attraverso il momento elettorale, occupando il
dibattito mediatico con l’identificazione con il leader.

Branko Milanovic, osservando la realtà americana, dove il sostegno finanziario dei più ricchi è
indispensabile per il successo politico, evidenzia che, contemporaneamente all’indebolimento
dell’importanza del ceto medio, il sistema democratico rimane democratico nella forma perché la libertà
di espressione e il diritto di associarsi sono preservati e le elezioni sono libere, il sistema inizia ad
assomigliare una plutocrazia, una dittatura delle classi possidenti. Questo è frutto della deriva dalla
democrazia alla “post-democrazia”, che ha
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coinciso con l’allontanamento delle masse dalla politica e con l’ascesa di oligarchie più coese: ciò rende
obsoleto il discorso di Robert Dahl sul pluralismo delle élite. Diversamente da quanto sostenuto dal
politologo, una volta raggiunte le posizioni di vertice dei diversi sottosistemi di cui sono espressione, le
élite tendono a saldarsi e a far convergere i propri interessi in quello della conservazione delle posizioni
raggiunte, come era stato intuito da Wright Mills, istituendo nuove enclosures per precludere agli altri le
loro posizioni di potere. Questo processo è avanzato con la svalutazione dell’egalitarismo e della politica,
nell’affermazione del “modello realista della democrazia” che ha spinto il popolo a disaffezionarsi alla
politica. Sono state le decisioni prese dalla seconda metà degli anni Ottanta a sbilanciare l’equilibrio tra il
mercato e la democrazia, consentendo ai vincitori della competizione economica di trasferire il peso del
loro successo nella politica, realizzando la stortura neoliberale del liberalismo che ha consentito di avere
élite sempre più ricche, tradendo la fiducia nelle capacità e nella virtù del popolo (Palano).

Il deterioramento della democrazia è ciò che ha alimentato il populismo in Europa e negli Stati Uniti. Il
successo di Trump può essere considerato come il successo del populismo negli Stati Uniti. Secondo Mickey,
Levitsky e Way la democrazia americana sarebbe messa in pericolo dalla presidenza Trump, al punto di
trasformarla in una forma blanda di autoritarismo competitivo, un sistema nel quale il governo abusa del
potere statale per avvantaggiarsi sulle opposizioni. Bisogna tenere conto della natura flessibile della
Costituzione americana, le cui prescrizioni sono facilmente aggirabili.

Prima di Trump, nelle presidenze Bush e Obama, il campo dei diritti civili e la possibilità concreta della loro
tutela si sono ridotti con l’introduzione del Patriot Act. La maggior parte degli studiosi ritengono che questo
sia un danno alle libertà costituzionali garantite. Dopo l’11 settembre, il Patriot Act sembrava lo strumento
necessario per proteggere il paese. I sostenitori della fragilità del tessuto democratico degli Stati Uniti
sottolineano come la polarizzazione del sistema partitico americano, che ha trasformato il Partito
repubblicano in un partito “bianco” e il Partito democratico in un partito che raccoglie le minoranze. Una
cultura politica polarizzata è il peggior sostegno per la costruzione di politiche bi-partisan.

Esistono due tipologie di populismo americano:

• La prima tipologia prende di mira le élite economiche e finanziarie e gli intrighi che consentono
loro di condizionare il governo federale e di approvare politiche che tradiscono gli interessi dei
lavoratori americani. Interpreta la nozione di popolo come un sostituto dell’idea di classe. È una
corrente che appartiene al mondo liberal della vita politica americana, che crede nell’uguaglianza
degli esseri umani, nel diritto di ogni individuo alla vita, alla libertà e al perseguimento della
felicità, e in un governo democratico che deriva la sua legittimità dal consenso del popolo.
• La seconda tipologia è quella a cui appartiene Trump. Accusa le élite del grande business e il
governo di aver minato gli interessi economici e le libertà politiche del popolo. La sua definizione
di popolo comprende i cittadini di origine europea. Si tratta di nazionalismo razziale.

Ciò che accomuna i due tipi di populismo è che crescono in presenza di alcune contestazioni: un
sistema economico che favorisce i ricchi, la paura di perdere il lavoro a favore dei nuovi immigrati e
politici che si preoccupano più delle proprie carriere che del benessere della maggioranza dei cittadini
(Kazin).

Il risultato di ciò che è accaduto negli ultimi anni in Occidente è la sostituzione di democrazia e mercato,
che hanno portato alla diffusione del populismo e della tecnocrazia. Una cattiva democrazia non riesce a
regolare il mercato, ad alleviare le mancanze del mercato perché le istituzioni esercitano un’influenza
regolatrice sono finché la politica è in grado di restare in equilibrio nei suoi rapporti tra i poteri dello stato,
tra questi e i partiti, e tra entrambi questi soggetti e l’opinione pubblica. È stata l’esistenza della profonda
disuguaglianza contemporanea ad alimentare proposte politiche capaci di superare i vincoli di qualsiasi
istituzione: il populismo.

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Le democrazie contemporanee sono condannate a convivere con il populismo, che rappresenta una forma
di mediazione tra l’elemento popolare della democrazia e l’elemento liberale. La sua comparsa manifesta
un segnale di malessere e un richiamo all’ordine, che si palesa quando si diffonde la percezione che
l’equilibrio tra élite e popolo si sia sbilanciato a favore del popolo. Il valore ultimo della democrazia è nel
procedimento attraverso cui si formulano le decisioni e le si giudicano. È il rapporto circolare tra il
conferimento dell’autorità a chi serve nelle istituzioni e il controllo esercitato su questi che fa dell’opinione
pubblica la forza in virtù della quale i molti sono governati dai pochi e i pochi non possono sottrarsi al
controllo dei molti (Hume).

Quando supera una certa misura, la disuguaglianza ha effetti devastanti sulla convivenza civile, minando la
democrazia e il mercato. Quando i correttivi che la democrazia produce sono assenti o carenti, il mercato
diventa un moltiplicatore della disuguaglianza. Senza la democrazia e i correttivi che essa offre al mercato,
le disuguaglianze che il mercato produce si accumulano nella società e in virtù di questa accumulazione, i
più forti diventano sempre più forti e i più deboli sempre più deboli. Le differenze create dal mercato si
trasformano in privilegi e la nostra società torna a essere fondata sui privilegi e sulla loro tutela, come la
società dell’ancien régime (Parsi). Panebianco è convinto che i fallimenti dello stato siano più pericolosi
per le libertà individuali dei fallimenti del mercato.

La convinzione di non poter esercitare con il voto alcuna influenza sui processi decisionali alimenta
l’astensionismo e il numero delle persone “costretta al mutismo” è un motivo di preoccupazione per la
tenuta della democrazia e dovrebbe preoccupare le classi politiche democratiche (Urbinati).

Charles Tilly osserva che la riuscita della democrazia dipende dalla capacità di isolare la sfera politica dalla
disuguaglianza materiale esistente. La democrazia può formarsi e conservarsi nella misura in cui la sfera
politica non si divide lungo i confini delle disuguaglianze di categoria. Quando i diritti politici e la
partecipazione riflettono queste divisioni, costituiscono una minaccia per la democrazia. Anche se la
disuguaglianza economico-sociale viene accettata come una conseguenza delle diverse abilità, questa
disuguaglianza non deve riflettersi in termini di disuguaglianza politica. Rawls sostiene che una società è
giusta quando le libertà fondamentali sono distribuite in modo equo (principio di uguale libertà), quando
le possibilità di accesso alle diverse funzioni e posizioni sono distribuite equamente (principio di
uguaglianza di eque opportunita) e quando la distribuzione degli altri beni primari è tale da massimizzare
la parte che spetta ai più sfavoriti (principio di differenza).

Accettare che la democrazia si trasformi nella trasformazione per via politica delle gerarchie sociali
costituite sulla base delle diverse possibilità economiche significherebbe nascondere che nel tempo
moderno il problema centrale della democrazia è quello del ruolo dell’economia e del potere economico
(Fisichella). La centralità del problema del rapporto tra politica ed economia non è proprio solo delle
democrazie, ma di qualsiasi regime.

Conclusioni

7) Si salverà l’Europa?

L’Unione Europea, che è un elemento costitutivo dell’ordine liberale internazionale, non è rimasta indenne
al tramonto di esso. Negli ultimi anni le istituzioni intergovernative (il Consiglio europeo e il Consiglio dei
ministri) hanno prevalso sulle istituzioni sovranazionali (la Commissione e il Parlamento), quando non è
avvenuto l’esercizio del diritto di veto da parte di uno stato membro. La decisione di ricollocare negli altri
paesi dell’Unione Europea una parte dei migranti giunti in Italia e in Grecia è stata disattesa da alcuni
paesi, come la Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia, senza che questo abbia comportato delle sanzioni. Uno
spostamento del potere decisionale dal livello comunitario a quello intergovernativo era avvenuto di
tempi della Commissione Barroso. La crisi dell’euro ha agevolato le soluzioni intergovernative che hanno
portato l’aumento del potere relativo del Consiglio dei ministri e del Consiglio europeo. Lo European
Financial
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Stability Facility (EFSF) e lo European Stability Mechanism (ESM), creati per fronteggiare le crisi di Irlanda,
Portogallo, Grecia, Spagna e Cipro furono finanziati dai singoli stati membri con versamenti concordati a
livello intergovernativo e con l’emissione degli eurobond, le obbligazioni europee: nei momenti di crisi il
controllo torna nelle mani dei governi nazionali.

Perché gli stati membri possono disattendere impunemente alle decisioni europee? Perché non sono state
prese delle decisioni forti per fronteggiare la crisi ucraina, la crisi finanziaria, la crisi dei migranti e la crisi
del terrorismo jihadista? Perché di fronte a queste sfide le istituzioni centrali dell’Unione Europea solo in
parte sono state capaci di reagire efficacemente e di riformare il proprio ruolo politico (Cotta)? L’Unione
Europea è frutto dei compromessi tra le tre prospettive che le hanno dato forma:

1) La prospettiva della comunità economica;


2) La prospettiva dell’unione intergovernativa;
3) La prospettiva dell’unione parlamentare.

È una “democrazia composita”, una compound democracy: è organizzata in un sistema di istituzioni


separate che condividono il potere decisionale. Non è perfettamente compiuta a causa della coesistenza
delle multiple prospettive all’interno della stessa cornica legale e istituzionale (Fabbrini). Dopo il 2008, oltre
alle frizioni tra le istituzioni sovranazionali e quelle intergovernative, si sono manifestate altre due frizioni:

• Quella all’interno della funzione esecutiva dell’Unione Europea, tra il Consiglio europeo e
la Commissione.
• Quella tra il Parlamento europeo e gli organi del potere esecutivo dell’Unione Europea.

Un effetto del deficit democratico è stata la competizione tra il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali.

Cotta sostiene che la crisi economica iniziata nel 2008 sia stata anche una crisi europea, poiché condizionata
dall’Europa e perché le conseguenze si sono riverberata sull’Unione Europea.

La prospettiva economica è quella più stringente: in materia del rapporto debito/PIL, del contenimento del
deficit e del rientro dal debito pubblico, la tolleranza della Commissione si riduce moltissimo e, se viene
accordata della flessibilità, avviene solo se viene approvata dai governi dei principali paesi, in particolar
modo se viene approvata dalla Germania.

La Germania esercita il ruolo di veto player: il suo assenso è necessario per qualunque decisione. Berlino ha
svolto in modo mirabile il suo compito, ad eccezione della crisi greca:

• Le decisioni tedesche sulla crisi migratoria sono state meno dettate dall’opportunismo
di quelle di altri paesi.
• Sulla questione ucraina, sono state adottate delle sanzioni nei confronti della Russia,
nonostante il flusso di commerci tra i due paesi. La Germania si è mostrata più inflessibile
di altri capi di governo europei nel difendere il principio dell’inammissibilità di variare i
confini nazionali ricorrendo all’uso della forza.
• In ambito economico, però, la Germania è inflessibile: persegue una politica di austerità
che ha solo danneggiato la ripresa economica europea.

Il sentimento di euroscetticismo non è ancora prevalente, ma nelle opinioni pubbliche degli stati
membri dilaga un allontanamento dalla realizzazione del progetto europeo. La sensazione è che
l’Unione Europea abbia disatteso le sue promesse.

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Il modo in cui la troika (la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario
internazionale) ha massacrato i greci per salvarli dal fallimento non ha giovato al popolo greco e alla
credibilità dell’Unione Europea, la quale è sembrata più interessata al benessere delle banche

creditrici piuttosto che a quello dei greci. Sul popolo greco sono ricadute le colpe di alcuni politici greci, che
hanno mentito all’Unione Europea in merito ai conti pubblici.

Dal Trattato di Maastricht, si è accentuata l’opinione che l’Unione rappresenti sempre di più “l’Europa delle
banche” e sempre meno “l’Europa dei cittadini”. Nonostante questo, la percezione di essere maggiormente
cittadini europei si è sviluppata dopo quel Trattato. La tensione tra dimensione economica e sociale
dell’integrazione europea è esplosa dopo la crisi greca. Maurizio Ferrera sostiene che oggi molti pongono in
questione la capacità dell’Unione Europea di perseguire gli obiettivi del Trattato di Lisbona: la promozione
del benessere diffuso per i cittadini, una crescita equilibrata e sostenibile, un’economia sociale di mercato
competitiva che assicuri occupazione, coesione territoriale e giustizia sociale. Dal 2008 sono cresciute la
povertà, la disuguaglianza, la disoccupazione e i divari tra le generazioni e tra profili occupazionali. Sostiene
che si sia anche interrotto l’avvicinamento tra l’Europa occidentale e quella orientale.

Gli anni della crisi finanziaria hanno evidenziato il contrasto tra le esigenze e le aspettative di protezione
sociale e quelle dell’austerità imposta dall’unione monetaria. È stato un contrasto inevitabile a causa
dell’importanza assunta dai sistemi di welfare nel secondo dopoguerra. L’espansione del welfare state
costituì la risposta politica alle conseguenze politiche di una crisi economica innescata dal
malfunzionamento della meccanica capitalista. Dopo trent’anni dalla costruzione del mercato globale, la
crisi finanziaria ha fatto rinascere nei cittadini la domanda nei confronti dello stato di un bilanciamento
delle ricadute negative del mercato sull’organizzazione sociale.

Fin dagli inizi, la globalizzazione ha minato la basi sociali e materiali per una maggiore uguaglianza politica
(Gill). Le scelte pubbliche hanno generato alti livelli di disoccupazione, precarizzazione e minor
retribuzione del lavoro, aumentando la polarizzazione nei paesi ricchi (Cox). L’attuale ritirata dello stato
dal campo della protezione economico-sociale mina la nozione di cittadinanza per come si era sviluppata
in Europa.

L’edificazione dell’Unione Europea riconosceva il legame intrinseco tra sovranità dello stato,
cittadinanza, solidarietà e redistribuzione. Dagli anni Ottanta, i progressi realizzati nell’integrazione
economica hanno condotti all’introduzione di vincoli nell’ambito dei meccanismi statali di solidarietà
sociale. La prassi dell’Unione Europea, orientata verso il rigore e l’efficienza e indifferente rispetto alla
solidarietà, è dilagata negli stati nazionali. Di Quirico sostiene che valori come la solidarietà o la comune
cittadinanza europea hanno raramente trovato applicazioni pratiche alla risoluzione di problemi generali
come la circolazione delle persone o la politica di coesione.

La crisi economica, unita al rigorismo fiscale dell’Unione Europea, ha svalutato la solidarietà nazionale.
Mentre la cittadinanza europea realizzava la cittadinanza nazionale, negava anche che l’appartenere
all’Unione Europea implicasse un’effettiva solidarietà tra le aree dell’Unione. La conseguenza di ciò è stata
la delegittimazione dell’idea che il patto di cittadinanza nazionale dovesse implicare la solidarietà tra le
regioni di un paese. Il senso di appartenenza all’Unione Europea è stato fatto appoggiare in questi anni su
motivazioni economicistiche di interesse e non su un’adesione politica: ciò ha funzionato con le imprese,
ma ha avuto conseguenze sui cittadini dell’Unione. L’aver lasciato sguarnito questo campo di significato ha
permesso ai leader populisti di occuparlo e di stravolgerlo in senso identitario e contro l’Unione. Ferrera
afferma che la tensione tra una solidarietà ancorata alla scala nazionale e l’integrazione economica di scala
europea ha generato quattro “sottotensioni”:

1. Una sottotensione tra dimensione sociale e dimensione economica del processo di integrazione,
con una governance sbilanciata a favore delle misure pro mercato e a sfavore di quelle pro
welfare.

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2. Una sottotensione interna all’Eurozona, che oppone Nord e Sud, paesi centrali e paesi
periferici, creditori e debitori.
3. Una sottotensione che riguarda la libera circolazione dei fattori di produzione nel mercato
interno: riguarda la polemica tra paesi con welfare consolidato e paesi con welfare limitato.
4. Una sottotensione di natura verticale: le istituzioni sovranazionali contro i governi nazionali e le
loro sovranità in ambiti ritenuti cruciali, come le pensioni e il mercato del lavoro.

L’Unione Europea ha sviluppato il terreno sul quale il neoliberalismo e la rivoluzione conservatrice, avviata
negli anni Ottanta, hanno riformulato il rapporto tra l’economia e la politica e le attribuzioni e le priorità del
politico. Allo stato nazionale non solo è rimasto un ambito dalle dimensioni più ridotte, ma anche dalla
prestazione sempre più messe in discussione. La crisi finanziaria ha reso evidente l’insostenibilità sociale del
modello neoliberale di capitalismo fondato su una visione riduttiva dell’individuo come homo oeconomicus.

La questione che oggi attraversa l’Europa non è quella del sovranismo, ma è quella delle trasformazioni
che la sovranità deve affrontare per essere riaffermata in modo che le consenta di essere uno scudo per i
diritti politici, civili e sociali che danno senso alla nozione di cittadinanza. Dal 1989 è emerso che la “ritirata
dello stato”, la sua delegittimazione in quanto attore terzo, regolatore della competizione tra gli interessi e
tutore dell’interesse generale non sono stati processi neutrali. Uno degli errori operato dalla sostituzione
della fine degli anni Ottanta, della collocazione di un ordine globale neoliberale al posto dell’ordine
internazionale liberale, è stato quello di credere che un ordine internazionale fosse possibile a prescindere
dalla tenuta delle singole unità che lo componevano.

Il futuro dell’Unione Europea dipende dall’atteggiamento con sui gli europei riusciranno a porsi la sfida di
una riarticolazione nei suoi rapporti con gli stati membri che non ne mortifichi le sovranità, ma che si
ponga il problema di armonizzare le pluralità e di renderne compatibili gli obiettivi. Una via per affermare
una sovranità europea che armonizzi le singole sovranità degli stati membri è impostare la questione
della frontiera comune europea: il sorgere di un confine europeo consentirebbe di abbattere le frontiere
interne e la responsabilità nei confronti della sicurezza collettiva europea alimenterebbe il senso di
appartenenza e di cittadinanza europea.

La permeabilità dei confini opera nei due sensi: il sistema internazionale importa dai singoli sistemi statali
caratteristiche e influenze che lo modificano e l’influenza delle singole unità statati sul sistema
internazionale è minore. Flussi reciproci tra il sistema internazionale e i suoi attori statali sono sempre
esistiti. Il sistema internazionale ha sempre tratto dai singoli stati risorse sostanziali di ordine e stabilità. La
presenza degli stati ha disegnato il sistema internazionale, conferendogli l’aspetto di un’arena anarchica,
ma anche di un reticolo di trattati, istituzioni e regimi. Negli stati trovava maggiore resistenza il tentativo
del sistema internazionale di scaricare verso l’interno dei singoli stati la sua instabilità, il suo disordine, la
sua anarchia. Il rapporto tra stati e sistema internazionale è caratterizzato da un export di ordine e da un
import di disordine dai primi al secondo. Nella situazione precedente alla globalizzazione, prevaleva il
primo flusso, mentre attualmente predomina il secondo. Entrambi i flussi sono aumentati, ma in termini
relativi l’incremento del secondo è superiore a quello del primo. L’intreccio di interdipendenze
economiche e politiche, le interferenze che gli stati più forti esercitano nella vita politica ed economica
degli stati più fragili concorrono a generare il caos domestico che alimenta il disordine internazionale. Il
flusso di migranti è il caso più eclatante di questo fenomeno.

Oggi la necessità di riarticolare il rapporto tra le sovranità nazionali che devono essere sostenute
dall’Unione Europea, che deve riuscire a coordinarle, è l’unica risposta che può essere fornita alla deriva
dell’ordine internazionale liberale, a condizione che l’Unione Europea e i paesi membri vogliano rimettere
in equilibrio le ragioni della solidarietà e della produttività, per salvare la democrazia e il mercato.

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